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Noi vogliamo tornare a vivere nella nostra terra

Andate su questa pagina Facebook. Si chiama Un aiuto concreto per Castelsantangelo sul Nera. Leggete. Guardate le foto. Cercate di immedesimarvi. Capite. Per esempio:

“Stamattina proviamo con una battuta, forse è l’unico modo per affrontare questa situazione, ecco a voi le macerie 4 stagioni, un piatto da servire freddo tutti i giorni alle popolazioni terremotate. Abbiamo le macerie con la neve, con il sole, con il brutto tempo, macerie d’autunno, d’inverno e ora anche di primavera. Dal 26/30 ottobre qui nulla è cambiato, vorremmo trasmettere un monito a chi dovrebbe occuparsene: non avete il diritto, non avete nessun diritto ad abbandonarci qui così. Sappiamo che la distruzione è enorme e riguarda ben 4 regioni, ma dovete dare un segno, un segno qualsiasi di rispetto verso migliaia di persone con l’animo distrutto dal terremoto, e con la speranza ormai sotto le scarpe. Calpestarli ulteriormente con la vostra indifferenza è un’ingiustizia senza pari. Noi vogliamo tornare a vivere qui, nella nostra terra, che nessuno pensi di sfiancarci fino a rinunciare, non vincerete mai!”

“Quando il sole tramonta e pian piano il buio ingoia tutto, quello è un momento davvero triste. Castelsantangelo è totalmente spento, non una sola luce, un lumino lontano. Là dove respirava un paese, ora è buio assoluto. Nell’attimo in cui volgi gli occhi verso quel punto così scuro e indecifrabile, in quell’attimo lo senti nel cuore, percepisci netti pensieri e sensazioni, impossibile sfuggire alla realtà di un paese che non c’è più. Un nodo alla gola, il respiro che si spezza e una verità che non ti lascia scampo. Abbiamo ancora le foto a ricordarci com’era e le condividiamo volentieri con voi che tutti i giorni ci aiutate con affetto e concretezza. Rubiamo ancora i versi di Cesare Pavese e auguriamo una buonanotte a tutti:

“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti””

E poi, diffondete:

“Questo è un post dedicato alle attività economiche e agli allevatori dei Comuni interessati all’evento “Tutti agibili per un giorno”. Pieve Torina ha già provveduto a compilare una lista delle proprie attività e a breve avremo le adesioni. Stiamo invece chiamando allevatori e imprenditori di Visso, Ussita e Castelsantangelo sul Nera. Se qualcuno di loro seguisse la pagina e fosse intenzionato a partecipare, gli chiederemmo la cortesia di scriverci una mail a:  tuttiagibiliperungiorno@gmail.com indicando il nome dell’attività, la tipologia di appartenenza (esempio B&B oppure Norcineria o allevatore etc) e un contatto telefonico. Saremo felici e onorati di mettervi in lista e vi contatteremo nelle prossime settimane per definire i dettagli e aiutarvi a organizzarvi. Siete tutti invitati a partecipare, tutti. Non importa se la vostra attività sia ora distrutta e ferma o quale sia la tipologia, studieremo le soluzioni per ogni caso diverso, faremo tutto ciò sia nelle nostre possibilità per mettervi nelle condizioni di poter esporre la vostra attività. Anche attraverso una mostra fotografica che ne racconti la storia. Sarà un giorno importante, avremo la visibilità che spesso ci viene negata, mostreremo quale sia la forza di questa popolazione piegata ma non spezzata e intenzionata a rinascere dalla montagna di macerie che la circonda. Oltre alla visibilità porteremo la partecipazione d’imprenditori e privati cittadini da tutta Italia decisi ad aiutare la ripartenza delle nostre attività economiche. Noi crediamo in tutti voi, siete voi che impedirete lo spopolamento facendo rinascere l’economia e il lavoro. Grazie”.

Daje!

È necessario reagire contro la strategia dell’abbandono adesso o mai più

Le foto documentano la situazione attuale di alcuni borghi, frazioni e città colpite dal sisma nella provincia di Macerata e nell’entroterra marchigiano, a distanza di 8 mesi dall’inizio delle sequenze sismiche iniziate nell’agosto 2016, mettendo in evidenza e denunciando le molte cose che non stanno andando, ma soprattutto la bellezza di questi luoghi. Anche se duramente provati, molti monumenti, chiese e case hanno retto e questo deve essere il punto di partnenza. Come si può notare dagli scatti, alcune città fortunatamente come nel caso di Serrapetrona e Sarnano, non hanno subito lesioni ingenti e rilevanti, come invece nel caso di San Ginesio, Visso, Gualdo, Ussita, Castel Stant’Angelo sul Nera, San Severino Marche, Tolentino, Caldarola e molte altre ancora. Questi scatti e piccoli spostamenti, mi hanno anche dato la possibilità di conoscere meglio la mia storia e la mia terra, data alle volte per scontata, ma colpevolmente sconosciuta per troppo tempo. Di seguito sono riportati alcune testimonianze dirette, riportate da Loredana Lipperini sul suo blog.

“Se qualcuno vuole davvero aiutare le popolazioni dell’Appennino colpite dal sisma è ora di dimostrarlo.”

Ammettetelo, ci volete prendere per stanchezza… Non tornavo a Visso da mesi, tanti mesi. Da quando il terremoto ha devastato il paese, rendendolo una sorta di città fantasma, come tutto l’entroterra maceratese. E mai avrei pensato che tutto fosse rimasto come allora. In cinque mesi non è cambiato assolutamente nulla, a parte il ponte realizzato dai vigili del fuoco per l’accesso alla zona rossa e inaugurato stamattina.

A questo punto, non ci si può più nascondere. È ora di giocare a carte scoperte. Dietro questa lentezza disarmante, capace di portare la gente allo sfinimento fisico e morale, c’è una volontà politica di portare via la gente da un entroterra che non rappresenta un bacino elettorale particolarmente allettante? Si è deciso che la gente dovrà spostarsi tutta verso la costa? In tanti questa decisione, sotto certi aspetti inevitabile, l’hanno già presa. Soprattutto le famiglie più giovani. E ogni giorno che passa, quest’idea sale nella testa di un numero sempre maggiore di persone. Se, perchè a questo punto il dubitativo è d’obbligo, dovesse iniziare la famigerata ricostruzione, quanti anni durerà? Cinque? Sei? Dieci? Venti? E a quel punto saranno ricostruiti dei bei paeselli nuovi di zecca, fatti di tutte seconde e terze case di chi in quei posti andrà a passarci qualche giorno di ferie. Mentre la popolazione indigena non esisterà più. Vogliamo questo? I marchigiani, testardi e incazzosi, vogliono lasciarsi fare questo o hanno intenzione di reagire in qualche modo? Purtroppo vediamo rassegnazione, scoramento, anche qualche figlio di buona donna che cerca di approfittare della situazione. Sì, per carità, ci staranno anche questi. Ma la stragrande maggioranza vorrebbe solo tornare a casa. Una semplice, banale, ovvia richiesta che, di fronte a una gestione dell’emergenza come quella che stiamo vivendo, si sta trasformando in una montagna insormontabile. È necessario reagire. Adesso o mai più. 

Ricordo alcuni eventi organizzati da Terre in Moto, presenti nei prossimi giorni per parlare della situazione nel cratere, della nostra esperienza e per raccolte fondi:
– 31 marzo a Caldarola (MC) alla “Cena Resistente”.
– 31 marzo a Bolzano (BZ) con Il Bio che non trema.
– 1 aprile a Fabriano (AN) con il Laboratorio Sociale Fabbri.
– 2 aprile a Tolentino (MC) con Silvia Ballestra alla presentazione del suo ultimo libro.

Daje!

Amandola – Terre in Moto 9 marzo 2017

Approfittando dell’incontro organizzato dalla rete Terre in Moto – Marche tenutosi ad Amandola il 9 marzo all’Osteria del Lago di San Ruffino, insieme ad alcuni amici, abbiamo fatto un giro della zona guidati da Davide, che vive e lavora qui. Tutto questo va a documentare e far vedere il reale stato delle cose, sopratutto nelle piccole frazioni, borghi e aziende agricole, che non hanno purtroppo nessuna risonanza mediatica, dove le persone, per lo più anziane, ma anche giovani, vivono tutti i giorni. Ci addentriamo in un territorio in cui convivono realtà in apparenza lontane fra loro, ma unite da un forte legame di comunità tipico delle zone rurali e dell’entroterra.

La giornata è bellissima, con un sole che illumina il Lago di San Ruffino e le vette imbiancate dei Monti Sibillini, un cielo terso e sgombro da nuvole. Sembra un dipinto o un’allucinazione, ma una bellezza così raffinante e perfetta era da tempo che non la notavo. Subito dopo esserci conosciuti, Davide ci guida verso la frazione di San Cristoforo, dove si notano i danni ingenti alle abitazioni. Ci guida una signora tra le case diroccate e inagibili, dove qui vive e accudisce la sua mamma di 96 anni, dentro alla ex scuola di campagna, ormai divenuta un centro di “ricovero” temporaneo. Spostandoci tra le macerie, la vista è stupenda e si scorgono le vette dei Monti della Lega in Abruzzo. Scambiando qualche parola si ha l’impressione di una tacita rassegnazione, che creare un senso di impotenza e sconforto per chi come me, ascolta. Ma riusciamo comunque e nonostante tutto a strappare un sorriso, prima di salutarci, promettendo che torneremo presto.

Ci dirigiamo verso l’Azienda Agricola “Le Spiazzette” (potete trovare e comprare nel sito tutti i loro prodotti, in particolare confertture, mele sciroppate e composti) situata ai confini del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, composta di 70 ettari di cui quasi metà tra boschi e calanchi. Il nome “Le Spiazzette”, deriva dalla leggenda che narra la discesa delle fate Sibille. La mela rosa rappresenta un prodotto sano, naturale, controllato, vero e genuino, realizzato in un ambiente incontaminato, a stretto contatto con la natura che lo protegge e lo rende ancora più buono: questi sono i prodotti le Spiazzette. E aggiungo, dopo avere assaggiato queste mele rosa, risultano veramente squisite. Subito ci si fa incontro Sabina e la figlia Martina, che ci spiegano come è la situazione a distanza di 7 mesi, ci illustrano la loro azienda e il futuro per il momento molto incerto, viste le problematiche e le inefficiente burocratiche da parte delle istituzioni preposte a tale compito. Mi colpisce fin da subito la forza e la tenacia di questa famiglia solida e al tempo stesso accogliente, come molte realtà che sto incontrando in questi mesi. Sto per partire, ma non mi sento addosso la tristezza che mi aspettavo, considerata la situazione. Sento piuttosto l’influenza positiva del vigore di questa bella realtà familiare, dell’entusiasmo della giovane Martina, pur avendo perso quasi tutto, sono ancora capaci di sognare e reagire.

Lasciandoci alle spalle i bellissimi frutteti della mela rosa, andiamo verso la Fattoria biologica della famiglia Corradini di Amandola:

“Siamo un’azienda agricola biologica a conduzione familiare, nel 1989 ci siamo trasferiti nella campagna di Amandola, luogo di nascita di Vittorio, dalla provincia di Milano. Il sogno, era quello di una vita più sana, che potesse anche salvaguardare l’ambiente intorno a noi. Da qui, e dalla passione per l’agricoltura, la scelta di creare una fattoria biologica. Nella fattoria ci sono mucche, vitelli e maiali; tutto quello che coltiviamo nei campi è biologico (certificazione IMC) e lo usiamo per l’alimentazione degli animali.”

Già questo dovrebbe farvi capire tutto o in parte, perché appena ci conosciamo entriamo subito in confidenza con Vittorio, il padre di una bella famiglia che ha scelto di vivere e lavorare nelle Marche, trasferendosi da Milano ad Amandola nel 1989. Subito mi illustra i danni alla propria abitazione, al proprio laboratorio e punto vendita, inagibile per colpa degli eventi sismici iniziati il 24 agosto. La cosa che mi ha colpito, parlando con la filai Alice, anche in questo caso, è la voglia e diritto di avere informazioni chiare e tempestive, poter capire veramente qualcosa all’interno della districata, farraginosa, lenta e a tratti imbarazzante macchina burocratica. Perché questo ne vale il loro futuro. Per capire meglio cosa è successo da quel fatidico giorno di agosto e la gestione dell’emergenza successiva, vi lascio il link dove potete leggere la lettera, scritta dalla stessa Alice, indirizzata al Presidente della Regione Marche Cerescioli, rimasta a tutt’oggi senza una risposta.

A pranzo ci fermiamo a mangiare presso la Comunità San Cristoforo ad Amandola, dove ci viene offerto un piatto di pasta, carne e insalata. La persona che mi rimane impressa è il fondatore di questa bellissima e accogliente struttura, Achille Ascari originario della Val di Non, anche lui innamorato da 40 anni, dalle bellezze delle Marche. Mi colpiscono la sua dialettica e il suo modo di parlare mai banale, migliore di gran lunga rispetto ad alcuni professori universitari incontrati in questi anni. Ci illustra tutte le attività che si svolgono all’interno della comunità, la struttura (non ha subito nessun danno, per via dell’attenta messa in sicurezza all’epoca della costruzione, usando criteri antisismici moderni e professionali), ci presenta i ragazzi accolti e ci da alcune notizie storiche e nozioni biologiche delle piante, animali e i borghi circostanti. Sembra un’isola felice, immersa in un contesto unico e ancora del tutto incontaminato, privo di qualsiasi distrazione. Grazie ad Achille Ascari e agli operatori che vi lavorano ogni giorno, questa Comunità può concretamente aiutare persone in difficoltà, che si trovino in uno stato di disagio dovuto all’abuso di alcool o di tossicodipendenza, riacquistando attraverso gli animali, la Natura e i suoi prodotti, il contatto con se stessi e con la vita.

L’ultima tappa è al Centro Ippico San Lorenzo, vicino ad Amandola. Ci viene incontro Alberto Teso e ci fa vedere i danni causati dal terremoto e dalla nevicata di gennaio, mostrandoci i magnifici cavalli ben tenuti ed accuditi, all’interno della scuderia, mentre da ad ognuno la razione di fieno per la notte. Dopo aver preso una birra al pub “La Fojetta” di Amandola e cenato insieme a Davide e gli amici all’Osteria del Lago, ci prepariamo ad ascoltare l’incontro pubblico organizzato da Terre in moto, che a breve avrà inizio.

Per capire che cosa è la rete Terre in Moto, riporto un’ottima ed emozionante riflessione, scritta da Leonardo Animali, dal titolo “Yes we can”.

“Sarebbe stato magnifico arrivarci che fosse ancora giorno in questa osteria sul lago, da cui si scorgono i Sibillini, anche se la fase di luna piena ci lascia intravedere le cime imbiancate delle creste che spezzano il buio. Ma tant’è, come da tradizione, certe riunioni si fanno di notte… Arrivano alla spicciolata, un sacco di gente, più del previsto, dicono i promotori. Nell’afflusso arriva un gruppetto, una decina circa, di persone palesemente straniere; strano, turisti da queste parti, d’inverno e col terremoto. “Sono venuti pure gli inglesi!” dice un organizzatore dell’incontro; quindi non sono turisti, concludo, ma partecipanti all’incontro. Gli “inglesi” sono i proprietari di case-vacanza acquistate in questo territorio, e che se le sono ritrovate lesionate o crollate con il terremoto; sono venuti per capire, per informarsi, per chiedere. Sono un po’ buffi, sembrano i protagonisti compassati di quei format televisivi tipo “vado a vivere in campagna” o simili. Si siedono in cerchio insieme a tutti gli altri, dopo aver preso al bancone della locanda, la tradizionale birretta, come se fossero al pub, solo che qui hanno esclusivamente Menabrea o Moretti. E’ osservandoli, così composti, integrati ed estranei al tempo stesso, che per una semplice ed illogica rimuginazione anglofona, mi viene in mente lo “yes we can” di anni fa… La riunione è quella di Terreinmoto Marche, “una rete di realtà sociali, associazioni e semplici cittadini che vogliono intervenire sul terremoto a livello informativo, comunicativo e sociale”, come si definiscono sulla pagina facebook. E alla riunione ci sono tante realtà democratiche di base, persone che col terremoto hanno perso tutto, allevatori, chi resiste in roulotte e chi è sfollato sulla costa. Con un comune obiettivo: non disperdere quel senso di comunità che ha sempre contraddistinto questo territorio, e rendersi parte attiva, direttamente coinvolta, e contraddittoria se occorre, nel processo di ripartenza e ricostruzione dopo la catastrofe del terremoto; portare a chilometro zero quella che è oggi la distanza siderale tra livelli decisori e popolazioni, nei processi e nelle scelte da compiere. Uno scopo gigantesco, considerata la situazione del territorio, già attraversato con forza dalla #strategiadellabbandono, ed i tempi e modi della politica, in giorni in cui si ripropone nuovamente una spompata visione leaderistica, che alla fine però sa tanto di concordato preventivo. Lo spirito che attraversa il salone della locanda è diverso dalla semplice solidarietà e beneficienza. Lo straordinario e generoso moto, che il dramma del terremoto ha attivato in opere ed azioni filantropiche, e di cui c’è ancora enormemente bisogno, si esaurisce al, seppur prezioso, gesto di filantropia diretta: la donazione, la raccolta fondi, l’aiuto al singolo o alla comunità. Qui c’è qualcosa d’altro, che va oltre: c’è il sentimento della solidarietà che diventa fatto politico, che attiva pratiche di partecipazione e democrazia, e che muove dalla storia, dalle problematiche non solo urgenti e recenti, di un territorio, e dei diritti chi ci vive, per nascita o per scelta; questa realtà si chiama montagna, con la sua peculiarità e specificità. Ad un certo punto entra in sala, ad incontro iniziato, Paolo. Ci riconosciamo subito, sorpresi ma fino ad un certo punto; un abbraccio forte, senza parole. L’ultima volta che siamo stati assieme è quando abbiamo dormito per più notti sui banchi del laboratorio di Scienze della Terra all’Università di Perugia, durante la Pantera, più di venticinque anni fa. Lui vive da queste parti in montagna; ci bisbigliamo un po’ di cose, quello che facciamo, dove e come viviamo, senza avere la pretesa di raccontarci nel dettaglio quello che è successo a ciascuno per un quarto di secolo, dopo che si scappava insieme da qualche manganello della Celere che sgomberava il Rettorato. Per questo ci prenderemo adesso il giusto tempo. Mi ha colpito una cosa che mi ha detto, ad un certo punto, ascoltandomi; “allora sei come noi”. Ecco, questa frase è un segno distintivo, che appartiene ad una comunità sparsa ma al tempo stesso attraversata da una forte fraternità, quella della montagna.

Chi vive in città, in pianura o sulla costa, pur sentendosi sinceramente solidale ed anche generoso con i territori segnati dal terremoto, una roba così non riesce a percepirla, perché te il terremoto non ce l’hai avuto dentro, perché qui non ci vivi e la notte non ci devi tornare a dormire. E di conseguenza per te la solidarietà esaurisce il tuo bisogno di renderti utile; ma per il popolo dell’Appennino è fisiologico che quello che vive a seguito di una condizione di straordinaria destabilizzazione, diventi ad un certo punto pratica civile e politica; perché c’è in gioco il tuo presente e il tuo domani, e sai bene che non ti puoi fidare di delegarne gli esiti e le strategie a qualcun altro che sostiene di rappresentarti.

Per questo Terreinmoto Marche è un’originale e nuova pratica di democrazia, che mette insieme senza gerarchie e appartenenze, la vita delle persone e di un territorio, per quello che sono, ancor prima di quello che potrebbero rappresentare. Da questa locanda di montagna in riva ad un lago, comprendi che qui il “si, possiamo farcela” è autentico, vero, senza filtri e opacità. Perché è un obiettivo condiviso di tanti e diversi, non il desiderata di uno per tutti.”

Daje!

Gualdo e i paesi della mia infanzia dopo il 24 agosto 2016

A distanza di oltre sei mesi da quel terribile 24 agosto, che ha scosso in maniera irreparabili sia la terra che le menti del Centro Italia, è ora di dare voce e far vedere in che condizioni versa l’entroterra marchigiano, in particolare i paesi limitrofi rispetto all’epicentro del sisma, quelli a cui i media poche volte si sono interessati.

Le foto ritraggono i comuni di Sant’angelo in Pontano, Gualdo, Penna San Giovanni e Monte San Martino tutte inserite all’interno della provincia di Macerata. Difficile a livello emotivo cercare di dare un senso a tutta questa devastazione, visto che qui passavo le mie estati e i fine settimana con mia sorella, i miei nonni e i miei genitori, ed era sempre bello tornarci per qualche fine settimana con gli amici o parenti. Partendo dal basso, cercherò di dare un contributo positivo alla ricostruzione, facendo presente lo stato attuale delle cose e mettendo soprattutto in risalto tutto quello di bello ancora è rimasto intatto o in parte agibile, combattendo strenuamente contro la strategia dell’abbandono, la quale purtroppo diventa una premessa sistemica a nuove aggressioni e speculazioni nei territori coinvolti da questa tragedia.

Questa strada la conosco a memoria, fin da quando ero piccolo, potrei farla ad occhi chiusi. Il primo paese che incontro è Sant’Angelo in Pontano, dove purtroppo noto molti danni ad edifici, molte chiese rivestite da impalcature e mentre passeggio le case vengono puntellate dai Vigili del Fuoco. Sono aperte la macelleria in Piazza Angeletti e il panificio Gallucci Luigino pronto a farti assaporare il pane, la pizza e i suoi dolci deliziosi. Passando per Saline di Penna San Giovanni e percorrendo la strada che va verso Gualdo noto gli effetti del terremoto in modo purtroppo eloquente e mi assale un senso di nostalgia e di impotenza. In questi giorni andando in giro in macchina, purtroppo devo costatare fin da subito che Gualdo ha subito forse i maggiori danni nei paesi nell’entroterra che ho visitato fino ad ora e il parroco, con le lacrime agli occhi, mi spiega che i lavori di messa in sicurezza del terremoto del 1997, erano stati completati sei mesi prima del 24 agosto 2016. Le attività purtroppo sono ferme, tranne il bar centrale e poche altre (il ristorante “Da Ciccò” è chiuso purtroppo per inagibilità dell’edificio). Mentre la speranza risiede nella nuova scuola in legno “Romolo Murri”, costruita in tempi record grazie alla generosità e la solidarietà di 3mila bresciani che si sono impegnati a trovare i fondi necessari per la costruzione. La situazione ai miei occhi sembra drammatica, soprattutto all’interno del borgo, visto inoltre lo spopolamento dei gualdesi (molti hanno trovato una sistemazione autonoma o si trovano negli alberghi della costa) e della piccola comunità di inglesi residenti da anni e innamorati a prima vista di queste colline e di questo splendido borgo ricco di storia. Trovo un edificio tra i campi coltivati con scritte fasciste datate di più di 70 anni, che il tempo e le intemperie non hanno cancellato. Inoltre qui è nato Romolo Murri, uno dei fondatori della Democrazia Cristiana. Gualdo di Macerata è un affascinante borgo medievale, con mura e resti delle numerosi torri che appartengono alle fortificazioni antiche, ed offre inoltre al visitatore una suggestiva vista sui monti Sibillini che la circondano e una bella escursione tra chiese di varie epoche ed un interessante convento francescano. Un piccolo paese di 906 abitanti, tra cui c’è Giuseppe, che incontro davanti al bar. Scambiando due chiacchiere entriamo subito in confidenza, viste anche le origini gualdesi di mio nonno. Appare ai miei occhi visibilmente spaventato ancora, ma alla fine mi confida che non ha nessuna intenzione di abbandonare il suo paese, riferendomi orgogliosamente di essere l’ex Presidente della Coldiretti ed essere stato per ben tre volte vicesindaco.

Percorrendo la strada che collega Penna San Giovanni a Gualdo, l’occhio purtroppo cade subito sulla chiesa semi distrutta di Contrada Villa Pilotti, con crolli evidenti della facciata, navata e campanile. Una ferita difficile da sanare, vista la bellezza del luogo in cui si trovava e il paesaggio circostante immutato da secoli. La stessa Penna San Giovanni, ha subito fortunatamente meno danni e alcune chiese sono agibili (Chiesa di San Giovanni Battista è aperta al pubblico), come la maggior parte delle attività, anche se sono presenti numerose persone che sono state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni, vista l’inagibilità degli edifici. Riprendo la macchina e mi dirigo verso Monte San Martino, famosa in tutto il mondo per il Polittico di Carlo e Vittore Crivelli databile al 1477-1480 conservato all’interno della chiesa di San Martino vescovo. E’ un gioiello il borgo medievale, che fortunatamente noto ha subito pochi danni, che i miei occhi non vedono.

Purtroppo ho notato molta paura nei cittadini di questi borghi e un senso d’abbandono, difficile da colmare nel breve periodo in comunità piccole e con un’età media elevata. Un primo importante risultato del presidio del 22 febbraio di Terre in Moto e per chi come noi da mesi sta cercando di far sbloccare, senza arrendersi, la situazione sul fronte degli interventi: “un via libera all’unanimità quello arrivato dal Consiglio regionale delle Marche ad una risoluzione della Commissione Ambiente con cui si chiede alla Giunta di attivarsi affinchè venga riconosciuta ai Comuni terremotati la “Possibilità di disciplinare l’installazione, in aree private, di manufatti temporanei e provvisori” da rimuovere una volta terminata l’emergenza. La proposta si propone di modificare la normativa statale a riguardo e i provvedimenti inerenti dal Dipartimento della Protezione Civile.”

Ricordo l’invito a partecipare all’incontro pubblico organizzato da Terre in Moto ad Amandola il 9 marzo all’Osteria del Lago alle ore 21.00, dove si discuterà e si farà il punto in ordine alla situazione e sulle problematiche legate al sisma, anche alla luce del presidio effettuato in regione il 22 febbraio, e sulle prossime attività della rete.

Daje!

L’imperativo è tornare sui Sibillini – Monte Cavallo

A distanza di sei mesi dal sisma, in compagnia di un mio amico, siamo tornati nei luoghi a noi cari e a cui teniamo molto, per comprare prodotti (salami e formaggi) provenienti dai luoghi colpiti dal sisma ed organizzare una cena che si è tenuta alla Soms di Corridonia, per la giornata “M’illumino di meno” 2017.

Nel tragitto abbiamo visitato le città maggiormente danneggiate, in cui ho potuto costatare che al momento in cui vi parlo, le cose non stanno andando come dovrebbero. Parlando con i produttori che abbiamo incontrato, con le lacrime agli occhi, la preoccupazione che emerge maggiormente è la situazione che potrebbe portare nel lungo periodo, all’abbandono di queste terre, duramente difese da persone che non demordono, per lo più anziani (ma anche giovani che si stanno rimboccando le maniche da soli, come ad Ussita e Visso), che non hanno voluto giustamente essere “deportati” sulla costa. La critica maggiore che ho percepito, è mossa nei confronti delle istituzioni, mentre i sindaci si vedono impossibilitati a poter prendere iniziative autonome nella logica del rigore della spesa e da scelte calate dall’alto senza interpellare minimamente chi questi luoghi li vive e ci lavora da intere generazioni. E sopratutto nei confronti della burocrazia, spesso farraginosa e lontana anni luce dalla realtà quotidiana, che sta bloccando in modo lampante le fasi della ricostruzione.

Arrivati a Muccia, già si percepiscono i danni del terremoto, ma svoltando la SS 209 Valnerina che porta a Visso, le cose si fanno veramente serie e molto preoccupanti, soprattutto in ottica futura.
Ma il mio intento è quello di far vedere le attività, se pur con estreme difficoltà, hanno riaperto o sono in procinto di farlo. Il problema maggiore è che non c’è praticamente nessuno, incontriamo poche macchine, per lo più tir, mezzi dei vigili del fuoco, esercito e carabinieri. Ma grazie ai social network, si potrebbe invogliare le persone a tornare e a gustare le nostre specialità enogastronomiche dei Sibillini, in vista dell’estate che è alle porte. Qui trovate l’elenco delle attività che ho incontrato in macchina e a cui ho promesso che torneremo con amici e conoscenti:

– Sulumificio Eredi di Bartolazzi Renzo, Fraz. Maddalena, Muccia (MC), Tel. 0737.646350, email: bartolazzi@tin.it
– Trattoria “Il nido dell’aquila” di Renzo Budassi, Monte Cavallo (MC), Tel. 0737.519624 (si può mangiare a pranzo nella tenda adibita nel piazzale dietro la chiesa)
– “Delizie dei Fratelli Angeli” (formaggio, zafferano, tartufi, legumi), Fraz. Capriglia (Pieve Torina), Tel, 338.8491064, email: info@aziendaangeli.it
– Pasticceria Vissana, Visso, Tel. 0737.95277
– “La Mezza Luna Club” di Ussita, Tel. 329.4137002

Nel piccolo borgo di Monte Cavallo, in località Piè di Sasso, su invito del gentile e simpatico gestore Renzo della trattoria del Nido dell’Aquila, ci siamo fermati a mangiare insieme agli anziani e al Sindaco. Le tende della Protezione Civile (una struttura è stata donata dai pescatori di Civitanova Marche “Verde azzurro”) sono allestite nella piazza costruita appositamente per il terremoto del 1997, con alcune case in legno che per lungimiranza, sono state lasciate li da all’ora e tutt’ora utilizzate dagli abitanti che per paura o inagibilità delle proprie case, sono costretti ad usare. Gli ultimi baluardi di una città purtroppo spopolata, che insieme al Sindaco, hanno fatto la scelta di restare e vigilare, non far perdere il senso di Comunità, che in alcuni centri più colpiti sta venendo meno. Da qui si può raggiungere in macchina e poi a piedi la bellissima chiesa di Fematre, rimasta miracolosamente in piedi, oppure la frazione di Selvapiana e poter ammirare un paesaggio bellissimo e incontaminato, che ricorda vagamente un misto tra le piane di Castelluccio e le montagne di Montelago.
Passeggiando per il bellissimo borgo, il silenzio e i rumori della natura creano un ritmo ipnotico, difficile da togliere dalla testa. Sicuramente con il tempo, la perseveranza e la tenacia che contraddistinguono queste persone, si tornerà a una normalità. Ci vorrà del tempo e il susseguirsi delle stagioni, ma questo può rappresentare un piccolo spiraglio di luce, in vista della stagione estiva, per poter far tornare le persone in questi bellissimi luoghi e a creare un senso di normalità, perso oramai da troppi mesi.

La rete Terre in Moto, il 22 febbraio scorso, ha organizzato una manifestazione tenutasi davanti al palazzo della Regione Marche, la prima di una lunga serie.
Qui di seguito trovate una parte del comunicato “Chi sta giocando sulla pelle dei terremotati? – Comunicato di TERREINMOTO“:

“Ci chiediamo: è possibile che di fronte a dichiarazioni così gravi di Errani, che toccano la vita di tutti noi, si debba aspettare lo “scoop” di Panorama? I sindaci, che sono nella catena di comando il soggetto più vicino alla cittadinanza, non avrebbero dovuto lanciare un grido di allarme? Non avrebbero dovuto dirci cosa era emerso dall’incontro con Errani? In queste ore si stanno susseguendo deboli smentite da parte di tutti gli interessati, ma il quadro è piuttosto chiaro: da un lato si cerca di limitare il più possibile l’autogestione dei territori e le pratiche “dal basso” e dell’altra a livello istituzionale regna il caos più totale. Tutta questa situazione è inaccettabile! Ed è inaccettabile soprattutto che si cerchi di derubricare le problematiche come questioni meramente tecniche quando la responsabilità è tutta politica.”

Alle vote basta veramente poco per riaccendere la speranza.

Umbria – Terre in Moto

Queste foto fanno parte di un viaggio in macchina di 350km, fatto questa estate di due giorni in compagnia di un mio amico.
L’Umbria è caratterizzata da una spiccata varietà paesaggistica, in virtù del continuo susseguirsi di dolci e verdi colline e fondovalle fluviali. Questo articolato sistema orografico, che si identifica con le zone della Valle Umbra e della Valtiberina, nel settore orientale e meridionale della regione si innalza progressivamente con le dorsali montuose della Valnerina fino a superare i 2.400 metri (gruppo del Monte Vettore) nel massiccio dei Sibillini, condiviso con le Marche. Il variegato territorio regionale è costellato da città ed insediamenti ricchi di storia e tradizioni. La regione, abitata già in epoca protostorica dagli Umbri e dagli Etruschi, fu poi al centro della Regio VI – Umbria et Ager Gallicus dell’Impero romano. Con gran parte del suo territorio attuale incluso per secoli nel Ducato di Spoleto durante il Regno Longobardo, è stata successivamente ricompresa anche nello Stato Pontificio.

Abbiamo visitato in ordine:

Sono rimasto colpito dalla bellezza di questa regione, che racchiude scorci e peculiarità che ci vengono invidiate in tutto il mondo. In particolare i colori, i crinali pieni di vigneti, la presenza di numerosi corsi d’acqua e laghi, paesaggi raffinati e incontaminati, la bellezze delle piazze di Spoleto e della magnifica Cattedrale di Orvieto, in cui si legano tradizione e cultura per lo più, immutati nel tempo. Tornerò sicuramente in futuro molto prossimo a visitare Amelia, Assisi, Spoleto, Gubbio e Perugia, perché meritano di essere visitate con calma.

L’entroterra umbro con Norcia, Terni, Cascia, Preci (e altri ancora), insieme a quello marchigiano, abruzzese e laziale stanno attraversando il peggiore momento della loro storia recente, che sicuramente con il tempo, e la perseveranza che contraddistingue queste popolazioni, sapranno superare. Bisogna che le istituzioni si assumano le responsabilità di una gestione fino ad ora sconfortante inadeguata e insufficiente, per dare dignità e sostegno alle persone che sono state colpite dal sisma.

 

 

San Ginesio – “Seguendo il monito della Sibilla”

Le antiche memorie sibilline, narrate ancora oggi da vecchi analfabeti col ritmo poetico di una costruzione sapiente, servono a fare storia, a recuperare culture sommerse ma non defunte, sconfitte ma maggioritarie, diverse da quelle delle minoranze di padroni e di guerrieri; a ricostruire rapporti sociali e modi di produzione, a riannodare fili d’intelligenza creativa e di saggezza capace di tessere maturazioni e proiezioni nel futuro.” Joyce Lussu

Ho riportato interamente un bellissimo articolo di Enza Amici dal sito Globalproject.info, il quale da un’idea dell’identità culturale delle regioni colpite dal sisma e della loro importanza nel conteso nazionale. Bisogna far si che l’attenzione e il “sipario” non si chiuda e che la politica passi dalle parole ai fatti. Qualunque governo sarà, dovrà fare scelte economiche radicali, rivedendo le priorità, rinunciando a grandi opere utili solo alle speculazioni, per destinare tutte le risorse possibili alla ricostruzione e alla messa in sicurezza di tutto ciò che è rimasto in piedi

Ho inoltre presentato una serie di scatti realizzati questa estate a San Ginesio in Provincia di Macerata. Gli scatti riguardando la chiesa Collegiata, in stile romano e gotico che sovrasta la piazza di questo bellissimo borgo marchigiano, con all’interno numerosi affreschi e riferimenti massonici ben visibili. La seconda chiesa è quella di San Francesco purtroppo entrambe per il momento rese inagibili dal terremoto.

“Quei monti dell’Appennino, punto di incontro tra Marche, Lazio, Abruzzo e Umbria, dove in questi mesi si sta liberando una spaventosa energia proveniente dal cuore della terra, venivano chiamati da Giacomo Leopardi “I Monti Azzurri”. Lui, il sommo Poeta, ne coglieva la luce e il colore.

Ma il loro vero nome è “Monti Sibillini”. Per chi li conosce, nessun altro nome sarebbe più appropriato.

Qui, tra le vette di montagne possenti, creste frastagliate, immense pianure e pendii mozzafiato, il mistero trasuda dall’aspra bellezza della natura, e penetra e scava e riporta in superficie sensazioni perdute.

Qui magia e leggenda, esoterismo e favole, si intrecciano da sempre in un imprevedibile connubio tra culti pagani e cristianesimo, e innervano il paesaggio del fascino del mistero. I nomi dei luoghi parlano da soli: Gola dell’Infernaccio, Pizzo del Diavolo, Valle Scura, Passo del Lupo, Passo Cattivo, Monte di Morte, Passo delle Streghe e tra gli altri il Monte Sibilla dove c’è ancora, ad oltre 2000mt, la grotta della Sibilla Appenninica.

I pastori e gli anziani ancora oggi narrano la leggenda di un regno appenninico sotterraneo e misterioso in cui vive una Sibilla saggia e benefica, le cui ancelle scendono nei paesi a valle per insegnare alle fanciulle l’arte della tessitura. Una leggenda di segno opposto descrive invece la Sibilla Appenninica come una maga potente e terribile, capace di conoscere il passato e di predire il futuro, la regina malefica di un mondo sotterraneo dove si praticano riti orgiastici di natura sessuale, ai quali partecipano giovani cavalieri che penetrano nella montagna e cadono prigionieri delle sue arti magiche.

Il mito della Regina Sibilla fu interpretato dalla scrittrice Joyce Lussu che applicò ad esso la teoria del “matriarcato primitivo” risalendo con i suoi studi ad un passato remoto, quando fioriva una civiltà danubiana che si estendeva dall’Ucraina alla Spagna, da cui avrebbe avuto origine il mito della Grande Madre mediterranea. La Lussu trascorse molto tempo i questi luoghi dell’Appennino centrale, studiando il formarsi di una società di navigatori-mercanti dediti alla pesca, all’agricoltura e agli scambi commerciali.

Queste comunità politiche, secondo i risultati delle sue ricerche, erano indipendenti e si reggevano sulla legge del matriarcato. In esse non esistevano differenze di classe e non si praticavano le guerre come mezzo di conquista. In queste comunità la Sibilla era la depositaria del sapere e delle conoscenze utili per l’agricoltura, l’allevamento e l’artigianato. La Sibilla presiedeva le assemblee, dove si discuteva l’assegnazione dei lavori, la conservazione e la distribuzione delle scorte, la salvaguardia della salute, la coltivazione e l’uso delle erbe medicinali, la difesa del territorio dagli animali selvatici e dalle razzie di avventurieri.

Le donne, le anziane, spesso tacciate di fare uso di arti magiche e stregoneria, sono state in realtà le depositarie delle ricette di medicina popolare, tramandate di generazione in generazione, per la preparazione di decotti, pomate e infusi. Ma si dedicavano alla raccolta di radici, erbe e fiori anche alchimisti e speziali che distillando quintessenze vegetali e minerali, preparavano olii essenziali e tutto ciò che ritenevano utile per curare le malattie (sicuramente da queste antiche conoscenze deriva l’abilità di produrre il famoso e buonissimo liquore alla genziana o all’anice di cui la versione industriale è il Varnelli).

Particolare attrazione ha rivestito nel tempo anche il Lago di Pilato (lago di origine glaciale situato sulla cima del monte Vettore, letteralmente spaccato dal recente terremoto), tanto da divenire in epoca medioevale meta di un continuo pellegrinaggio di maghi e negromanti, considerato anche nei secoli successivi luogo magico e misterioso. Prende infatti il suo nome da una leggenda secondo la quale nelle sue acque sarebbe finito il corpo di Ponzio Pilato condannato a morte da Tiberio. Il corpo, chiuso in un sacco, venne affidato ad un carro di bufali lasciati liberi di peregrinare senza meta e sarebbe precipitato, dopo aver percorso la Salaria, nel lago dall’affilata cresta della Cima del Redentore, scomparendo nelle profondità della terra. L’alone di mistero che attraeva su questo lago stregoni e maghi costrinse addirittura le autoritá religiose del tempo a proibirne l’accesso e a far erigere una forca, all’inizio della valle, come monito. Intorno al suo bacino furono alzati muri a secco al fine di evitare il raggiungimento delle sue acque.

Queste terre sono state per secoli “rifugio” per le popolazioni in fuga dalle invasioni barbariche prima e dalle incursioni saracene lungo la costa poi. Quando ebbe inizio la “caccia alle streghe” molti eretici Clareni, Fraticelli, Sacconi o seguaci dei Templari scelsero Montemonaco (paese fondato da monaci benedettini nell’VIII secolo alle pendici del Monte Sibilla) conosciuto per l’insofferenza verso i poteri costituiti e la diffusa liberalità. Non a caso i Sibillini sono sempre stati ricchi di acque sorgive e specie officinali utili alla pratica dell’alchimia che in questi luoghi era tollerata.

La libertà di pensiero e di azione hanno comunque resistito e consentito per secoli al territorio sibillino di mantenersi aperto alle nuove idee e di preservare le antiche tradizioni, di cui le donne erano principali portatrici, finchè verso la metà del XVII, furono inviati sulle montagne del Piceno, gruppi di monaci inquisitori per bonificarle dalla presenza del Maligno. Da allora e per tutto il seicento, scrive la Lussu, la Compagnia del Gesù tentò di operare una “damnatio memoriæ” che tuttavia non sortì il risultato sperato se ancora nel Settecento operavano a Montemonaco speziali alchimisti.

Libertà, indipendenza, organizzazione sociale e produttiva autonoma, conservazione di antichi saperi e tradizioni: attraverso la scoperta della cultura dei Sibillini si può tentare di capire quanto forte possa essere il legame di queste popolazioni con il loro territorio, quanta tenacia e determinazione possano mettere a sua difesa. Questo legame non può essere spezzato.

Qui viene custodita una sapienza arcaica, di cui la figura della donna dei Sibillini garantisce la trasmissione alle generazioni future: un anello di congiunzione tra passato, presente e futuro che preserva l’aspirazione ad una civiltà in armonia con l’ambiente naturale, in cui gli esseri umani vivono in un rapporto di reciprocità con gli elementi della natura come l’acqua e la terra, di rispetto ed unità con il paesaggio, gli animali, le piante, i frutti.

Qui si conserva un tracciato storico e culturale che travalica le mura delle città ed oltrepassa i confini nazionali per raggiungere anche il cuore dell’Europa: non è forse un caso che il patrono d’Europa sia proprio San Benedetto da Norcia.

I paesi che sono disseminati tra queste montagne, sono testimonianze vive della sedimentazione del lavoro dell’uomo, del suo impegno civile, della sua arte, delle sue tradizioni e della sua organizzazione sociale. Tutta l’area colpita dal terremoto è un museo vivente che conserva la nostra memoria storica collettiva e la rigenera, anche attraverso l’uso della forza dell’immaginazione, facendoci comprendere come essa sia stata per millenni una vera forza motrice per l’umanità, dandoci severi insegnamenti per ritrovare un rapporto con l’ambiente finalizzato ad uno sviluppo realmente sostenibile.

“Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra?” Così chiedeva la Natura all’islandese in una delle Operette Morali di Leopardi. Gli abitanti dei Monti Sibillini non hanno di queste illusioni. Sanno benissimo che la vita è un “perpetuo circuito di produzione e distruzione, collegate ambeduetra sé di maniera, che ciascheduna serve continuamente all’altra, ed alla conservazione del mondo”. Anche se di una potenza spaventosa, quello che c’è stato non è certo il primo terremoto da queste parti. I paesi e i borghi stessi portano i segni delle tante ricostruzioni passate. Qui le popolazioni lo sanno: dovranno ricostuire, pietra su pietra, ed è per questo che non se ne vogliono andare. La paura è tantissima, non ti fa dormire di notte, non ti fa più vivere un momento della giornata senza quella continua tensione dell’animale in pericolo che per istinto attiva tutti i sensi che restano ogni istante in allerta.

Il dolce paesaggio della campagna marchigiana, che degrada di collina in collina fino al mare, diventa una morsa sorda.

Eppure qui si resta, la paura diventa forza di reazione, perchè resistere è il compito che queste popolazioni si stanno assumendo per difendere un patrimonio sociale, culturale e ambientale che appartiene a tutti noi, uomini e donne d’Europa e del Mediterraneo.

Questi luoghi, che sono stati anche leopardiani, sono stati colpiti da quella forza ignara della Natura, che con convinto materialismo il poeta riconosceva come assolutamente indifferente alle sorti del genere umano e che, in forma di terremoto, ha mutilato la terra, gli esseri e le cose senza alcuna misericordia, mostrando l’onnipotenza del fenomeno naturale, la sua incoercibilità.

Da qui, però, non ce ne andiamo. Sappiamo che la Natura, il nostro poeta ce lo ha insegnato, non è né maligna, né benigna (o entrambe le cose…), ma è semplicemente Natura. Siamo noi che non viviamo più in maniera naturale. Il terremoto ci pone di fronte a una sfida: qui la terra trema e continuerà a tremare. E se la terra segue il suo movimento, noi pure dobbiamo metterci in moto e ritrovare la nostra giusta direzione.

Il terremoto ci ricorda che la Natura non si piega, non si anticipa, non si controlla. Ci dimostra che è inutile cercare la sicurezza nella stabilità perchè la destabilizzazione, gli smottamenti sono processi inevitabili.  Dobbiamo assumere il movimento, la trasformazione, e, come la ginestra del Leopardi, nutrirci delle circostanze avverse e diventare pionieri di nuova vita.  Le circostanze materiali ci impongono oggi una ridefinizione del rapporto fra soggetto e mondo naturale: se quest’ultimo si muove indifferente verso di noi, noi non possiamo più essere indifferenti verso il suo movimento. A noi tocca una scelta soggettiva, un’azione politica forte, l’attivazione da subito della “social catena”. Le terre, i territori, devono mettersi in moto. Lo stiamo facendo. Il lago di Pilato, in cima al Monte Vettore, è un monito verso chiunque volesse lavarsene le mani: quello è il foro in cui precipiterà fino alle profondità oscure della terra.  Questa volta le promesse elettorali non basteranno. Qualunque governo sarà, si troverà costretto a misurarsi con una tradizione di libertà e di indipendenza, con un carattere indomito e tenace delle popolazioni che vivono nei territori sconvolti dal terremoto.

Qualunque governo sarà, la prima cosa che dovrà fare sarà rispettare il diritto di scelta delle popolazioni colpite dal sisma: poter scegliere se sfollare sulla costa o restare è adesso la priorità. Chi sceglie di restare va sostenuto e va messo in condizione di poterlo fare, perchè solo così può essere evitato lo smembramento delle comunità che non potrebbero sopravvivere se trapiantate altrove, può essere garantita la conservazione di un patrimonio prezioso, costruito sull’intreccio di fili sottili che hanno permesso la trasmissione, da generazione in generazione, dei saperi lungo il corso del tempo. Questo significa sostenere con un reddito garantito dallo Stato tutti coloro che hanno dovuto chiudere le attività commerciali e hanno perso il lavoro, significa far ripartire tutte le produzioni che qui sono legate strettamente al territorio e con esso sono integrate, significa sostenere con fondi sociali le attività agricole e di allevamento. Questa volta non basterà uno sgravio fiscale.

Qualunque governo sarà, dovrà fare scelte economiche radicali, rivedendo le priorità, rinunciando a grandi opere utili solo alle speculazioni, per destinare tutte le risorse possibili alla ricostruzione e alla messa in sicurezza di tutto ciò che è rimasto in piedi. Solo così sarà possibile salvaguardare un patrimonio storico culturale la cui perdita sarebbe di inestimabile gravità.  Alle condizioni attuali, comunque, quella di restare e di non abbandonare i luoghi della propria vita individuale e collettiva, è assolutamente una scelta coraggiosa, eroica si potrebbe dire. Tra montagne che si sono spaccate, terreni che sono sprofondati di 70cm, caseggiati crollati, capannoni e stalle dai tetti sfondati, fiumi che hanno cambiato corso, strade che sono sparite ed una terra che continua a tremare, non è semplice rimanere e scommettere sul futuro. Ci vuole tanto coraggio e determinazione. Queste popolazioni si stanno assumendo su di sè un rischio altissimo. Ciò deve essere riconosciuto e rispettato. La politica deve riconoscerlo e assumerlo. Qualunque governo sarà, non dovrà aggiungere altri fattori che vadano ad aumentare tale rischio: non si può chiedere di più. Le trivellazioni e le escavazioni per il passaggio del gasdotto vanno fermate subito. Così come, subito, deve rientrare la decisione con la quale il governo Renzi vuole imporre la costruzione di un mega inceneritore nelle Marche.  Qualunque governo sarà, dovrà fare queste scelte e invertire la rotta. Qualunque governo sarà, altrimenti troverà la nostra resistenza. In nome della difesa del nostro territorio. Non per noi, ma per tutti. Non solo per il presente, ma per il futuro. Questo è il monito della Sibilla.”

L’imperativo è tornare sui Monti Sibillini

Fatti i conti con l’emergenza iniziale e purtroppo un inverno che non è tardato ad arrivare, con temperature in picchiata e neve fino a bassa quota, bisogna fare il bilancio dei danni che questo Demone ha portato nella mente e nel corpo nei paesi colpiti dal sisma.

Non bisogna assolutamente e categoricamente fare l’errore, che i media nazionali vogliono, di dimenticare e far calare l’attenzione nei confronti di questa tragedia che ha colpito le zone che fin da piccolo prima con mio padre, poi grazie alla passione per la fotografia e la bellezza incontaminata dei Monti Sibillini, ero solito visitare durante questi 28 anni.

Si deve assolutamente tornare nei luoghi e nei borghi anche se naturalmente saranno trasformati e sfigurati, assaporarne i profumi delle stagioni e riconoscere i profumi della nostra Terra, conoscere le persone, avere un contatto diretto con i produttori locali e infine imporsi di compare prodotti a km 0, poiché sono gli unici genuini che da secoli mantengono inalterata la filiera di produzione senza il ricorso ad agenti contaminanti esterni. La nostra Regione Marche è piana di eccellenze enogastronomiche, riconosciute a livello nazionale e internazionale. Non a caso la galleria che ho proposto, riguarda una passeggiata fatta questa estate partendo dal Rifugio Sibilla fino ad arrivare al Monte Sibilla. Al ritorno a casa, mi sono fermato a compare all’Albero della Cuccagna a Montemonaco (AP), formaggi e salumi rigorosamente della zona. Questo fa si che vi sia un legame indissolubile con il Popolo dei Sibillini, che ho avuto il piacere di conoscere in questi anni, gente dedita al lavoro, silenziosa, disponibile ed estremamente gentile.

Una Terra quella dei Sibillini ricca di miti e leggende, mulini a pietra, saperi e tradizioni antiche che si tramando da generazioni e generazioni, borghi medievali, monasteri, biblioteche e chiese stupende a livello architettonico e artistico (la chiesa Pieve di Santa Maria Assunta nella frazione di Fematre di Visso, ne è un esempio, ma ve ne sono altre innumerevoli) e dove trasuda la Storia, dove ne facevano da padrone fino a poco tempo fa le antiche “Comunanze Agrarie”. Una regola fondamentale era: “Il godimento della comune proprietà è subordinato al lavoro proprio ed è in proporzione ai bisogni della famiglia”, in cui vi era una sostanziale proprietà collettiva dei beni. Difficile determinarne l’origine storica, che per molti secoli ha resistito al variare di domini ecclesiastici, ordinamenti politici e sociali, di costumi e dottrine diverse. Questo significa che queste popolazioni fin dalle epoche più antiche fino alla fine al tardo ‘800, sono vissute amministrandosi senza un padrone, perché tutti erano proprietari , senza che né i romani prima, né lo Stato Pontificio poi avessero potuto modificare la situazione. il che significa che il popolo dei Sibillini è stato per secoli un popolo libero, che aveva fatto una scelta a misura d’uomo, in una armoniosa convivenza sociale e civile, in cui nessuno diventava ricco e allo stesso tempo non vi erano situazioni di povertà, perchè c’era la prerogativa di aiutarsi l’uno con l’altro, senza che vi fosse il pericolo che qualcuno ne rimanesse escluso.

Il professore e storico Sergio Anselmi nel volume “La Storia d’Italia. Le Regioni. Le Marche”, spiega attraverso la sua ricerca, spaziando dal medioevo sino ai nostri giorni, la situazione mezzadrile della Marchia sotto lo Stato Pontificio. Egli riprende le parole dell’allora cardinale Egidio Albornoz che da un quadro ben definito di queste zone:

“La Marchia risulta pacifica e soggetta al papa, la realtà è tale che città, feudi, repubbliche, comuni, signori, stati, mediate e subenti a Roma, non riconoscono che il proprio diritto e la propria forza (o quella del sistema di alleanze di appartenenza) salvo contingenti sottomissioni e atti di fedeltà che nelle Marche, come altrove, valgono ben poco…”

Voglio tornare al più presto nei luoghi che mi hanno aiutato a superare numerose difficoltà in questi anni, da solo, con la mia ragazza o con gli amici, che mi hanno regalato momenti stupendi impressi nella mia memoria. Passeggiate in Montagna tra boschi, paesaggi incontaminati, laghi alpini e rifugi. Voglio tornare a vedere la transumanza dei greggi al Fargno e a Castelluccio di Norcia, insieme ai tramonti e i colori stupendi che soltanto la dolcezza e la bellezza i Monti Sibillini, possono offrire.

 

La Via degli Dei, Bologna – Firenze

Dopo molto tempo di assenza forzato, per via di numerosi impegni, eccomi di nuovo a scrivere e sopratutto fotografare, sicuramente un mezzo di comunicazione ed espressione che più mi riesce facile da esercitare. Questa estate arrivata ormai alla fine dal sopraggiungere dell’autunno fatto di ricordi e dalla pioggia che ne fa da padrona, ho deciso di intraprendere un cammino a piedi e in solitaria partendo da Bologna per arrivare a Firenze, percorrendo 130 km.

L’ispirazione di questo viaggio di cinque giorni immerso nell’Appenino tosto-romagnolo l’ho avuta grazie alla lettura del libro di WuMing 2 “Il Sentiero degli Dei” (Ed. Tascabili Ediciclo 2015). Ma il motivo principale che mi ha spinto a partire e prendermi questo “momento per me stesso” è dovuto alla notte del 24 agosto ore 3.36, quando la terra ha tremato più del dovuto e molte persone hanno perso il sonno e la propria vita. Purtroppo le regioni colpite dal terremoto hanno provocato una ferita profonda e indelebile nella memoria collettiva, troppe volte colpite da eventi in cui la Natura senza il minimo preavviso provoca danni irreparabili e difficile da colmare. Sicuramente il tempo, la perseveranza delle persone che ci vivono e lavorano darannoo un grande contributo a risollevare e far riprendere la quotidianità e l’economia di queste zone, anche perché la bellezze di questi luoghi in cui vivo non devono assolutamente essere dimenticati sia dalle istituzioni, ma anche dalle migliaia di persone che ogni anno visitano i Monti Sibillini e tornano arricchiti dal fascino, dall’accoglienza e dalla bellezza di questi luoghi magici.

In un tempo in cui la distanza da Bologna – Firenze può essere di 35 minuti utilizzando i treni ad alta velocità di Trenitalia, volevo vedere la difficoltà e la bellezza allo stesso tempo, di camminare a piedi. Quello che più mi ha colpito è stato la percezione totale di quello che mi circondava, il cambiamento continuo di paesaggi ed ambienti completamente diversi, i suoni, i sapori e la conoscenza diretta di persone che vivono all’interno di questo pezzetto del centro Italia, attraversando due regioni, due provincie e quattordici comuni. Mi è capitato anche di perdere la coazione del tempo, forse dovuta alla stanchezza e ai numerosi dislivelli, la piacevolezza dei profumi, degli insetti, del raggiungere una vetta, difficilmente è descrivibile a parole.
Il sentiero è segnalato abbastanza bene attraverso le segnaletiche del CAI lungo tutto il tragitto e consiglio di completarlo in sei giorni, altrimenti si rischia di arrivare sfiniti e fare l’autostop da Fiesole a Firenze, come che mi è capitato. Consiglio inoltre di dotarsi di una cartina cartacea grazie alla quale sono arrivato senza problemi, abbandonando il gps o altri mezzi tecnologici che ovviamente facilitano, ma che secondo me fanno perdere il fascino originario di camminare.
Lungo il tragitto, abbiamo dormito in dei bellissimi B&B (il casolare “Nova Arbora” con un giardino botanico stupendo, Albergo Poli, Albergo-camping “Il Sergente”, Trattoria “Gustavo&Passalacqua” – Vino e Cucina all’usanza del tempo che fu, che consiglio a chiunque di fermarsi per conoscere il proprietario originario di Fermo e farsi un caffè con il Varnelli prima di ripartire) a prezzi molto contenuti, ma si può tranquillamente campeggiare anche in tenda. Abbiamo mangiato in osterie tipiche e caratteristiche con gestori molto simpatici e accoglienti che ci hanno deliziato di prodotti tipici toscani ed emiliani come ad esempio la pasta fatta a mano, tortellini in brodo ed altre specialità enogastronomiche locali. L’unica nota negativa di tutto l’intero cammino sono alcuni tratti fatti interamente su strada asfaltata, in particolare l’ultimo tratto di 11km che sconsiglio di percorrere a piedi, che si può aggirare facendo l’autostop (famiglia fiorentina gentilissima) o ricorrendo all’uso dei mezzi di trasporto pubblici. Inoltre fate scorta sempre di acqua che purtroppo non è presente durante il tragitto, oppure fate come me ed appellatevi alla gentilezza ed ospitalità dei gestori o gli abitanti stessi. Visto che si viaggia raramente soli, ho conosciuto molte persone durante questo cammino, tra cui ricordo con piacere un ragazzo emiliano di Riccione, un ligure e una coppia di Modena, tutti molto simpatici e con cui ho passato una piacevole serata in compagnia. Ma sopratutto le vie tranquille che hai camminato, in dolci conversazioni con il tuo amico, fermandoci sotto gli alberi, dissetandoti alle sorgenti, d’ora in poi non saranno più gli stessi e acquisteranno un nuovo fascino; quei pensieri diventeranno perenni, i tuoi amici vi cammineranno per sempre.

Le cinque tappe che consiglio a chiunque volesse intraprendere questo cammino sono state:

1. Bologna (Basilica di San Luca) – Badolo
2. Badolo – Madonna dei Fornelli
3. Madonna dei Fornelli – Monte di Fò
4. Monte di fò – San Piero a Sieve
5. San Piero a Sieve – Firenze

Duramente il cammino ci si accorge fin da subito di entrare realmente in zone che hanno segnato la storia del nostro Paese, attraverso bellissimi radure, monti, colline, campi coltivati, boschi di abeti, querce, selci, faggi e castagni secolari, raggiungendo i 1000 m di altezza. Nelle vari tappe capiterà di incontrare, fiumi, ruscelli, casolari abbandonati, il castello di Trebbio voluto da Cosimo dè Medici e dove ha soggiornato Lorenzo il Magnifico, numerosissime edicole tra i campi, un’infinità di chiese, abbazie e conventi, cimiteri della della Seconda Guerra Mondiale e della Resistenza, luoghi abbandonati e lasciati all’incuria come l’Badia Buonsollazo.
In vari tratti si percorre un selciato di basalto che era l’antica Flaminia Militare che risale a più di 2000 anni fa, costruita dal console Caio Flaminio nel 187 a.C. tra Bononia (Bologna) ed Arretium (Arezzo), la cui esistenza ci è unicamente tramandata da Tito Livio. La costruzione della strada è contemporanea a quella della via Emilia voluta da Marco Emilio Lepido; il suo scopo era quello di istituire una rete stradale (insieme alla via Emilia) per permettere veloci collegamenti con Ariminum (Rimini) e Arretium (Arezzo), rendere sicuri e stabili i territori emiliani e romagnoli dopo la loro conquista ai danni dei Celti e controllare, inoltre, la dorsale appenninica occupata dalle tribù liguri. Durante il medioevo fu comunque utilizzata (per esempio dai numerosi pellegrini di quel tempo che la utilizzavano come variante alla via Francigena) con modifiche al percorso dovute anche all’instabilità dei crinali.
Una delle emozioni più forti durante il cammino è stata la visita al Cimitero tedesco al Passo del Futa, con più 30.000 tombe tutte allineate e ben disposte, con alcuni soldati seppelliti senza neanche un nome. Veramente impressionante e commovente vedere una collina interamente ricoperta di ragazzi, indipendentemente dallo schieramento militare, morire per una guerra, l’unica amara consolazione è il posto in cui riposeranno in eterno. A monito di tutto ciò oltre alle bandiera italiane e quella tedesca, c’è anche quella dell’Unione Europea, che ci ricorda che non devono essere vani i 6 milioni di morti che la seconda guerra mondiale ha provocato; qui inoltre passava la Linea Gotica La linea Gotica fortificata difensiva istituita dal feldmaresciallo tedesco Albert Kesselring nel 1944 nel tentativo di rallentare l’avanzata dell’esercito alleato comandato dal generale Harold Alexander verso l’Italia Settentrionale. La linea difensiva si estendeva dalla provincia di Apuania (le attuali Massa e Carrara), fino alla costa adriatica di Pesaro, seguendo un fronte di oltre 300 chilometri sui rilievi delle Alpi Apuane proseguendo verso est lungo le colline della Garfagnana, sui monti dell’Appennino modenese, l’Appennino bolognese, l’alta valle dell’Arno, quella del Tevere e l’Appennino forlivese, per finire poi sul versante adriatico negli approntamenti difensivi tra Rimini e Pesaro. In alcuni tratti è ancora visibile a distanza di 70 anni le trincee che hanno e inoltre a distanza di molti anni vengono ancora ritrovati soldati sbandati italiani, tedeschi e di altre nazionalità, insieme ad armi, bombe e reperti della seconda guerra mondiale. Una cosa che ho sentito fin da subito è l’attaccamento al movimento partigiano, sopratutto nelle osterie e nelle persone che ho incontrato, le quali ricordano con piacere chi ha contribuito in maniera determinante alle sorti della liberazione dell’Italia.

Link sito con info, mappe e B&B: Via degli dei

Vi lascio con una frase del libro dell’autore islandese Jòn Kalman Stefànsson dal titolo “Luce d’estate ed è subito notte”:

“Nel silenzio conservo l’oro; chi tace da solo e con se stesso riesce ad arrivare a qualcosa, il silenzio penetra sotto la pelle, rasserena il cuore, ammortizza il dolore, riempie la stanza in cui ti trovi, riempie la casa mentre fuori la contemporaneità si affanna, è un velocista, una macchina da corsa, un cane che rincorre la propria coda e non l’afferra mia.”

Spero che chiunque possa prendersi del “tempo per se stesso” e mettersi in cammino a piedi, sia soli che in compagnia.
A presto!

Rifugio del cuore – Casali di Ussita

All’interno del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, dei baldi giovani hanno avuto la forza e il coraggio di rinnovare e prendere in gestione un bellissimo rifugio a Casali di Ussita.
Si tratta di un angolo di paradiso, immerso nella natura e da farne protagonista è il massiccio del Monte Bove che sovrasta il piccolo borgo di sole nove anime. (altro…)