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Foce di Montemonaco, terra di viandanza e di alchimisti

Antoine de La Sale — Il Paradiso della Regina Sibilla, 1420.

La primavera nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini e negli Appennini rappresenta la quintessenza dell’equilibrio secolare tra uomo e natura e ogni metro della sua terra è permeato della storia umana, così come lo sono anche i territori interni delle aree protette. Lo sappiamo, la montagna e i territori marginali, come nel caso della Fraz. Foce di Montemonaco, non hanno un peso politico, ma se nel nostro Paese il voto si basasse sulla rappresentanza territoriale e la disponibilità di risorse naturali, i popoli della montagna sarebbero invincibili in qualsiasi competizione elettorale.

Per aiutare questo processo di recupero dei territori interni e la nascita di nuove forme dell’abitare la montagna, anche l’atto di camminare può svolgere un ruolo importante, attraverso l’escursionismo giornaliero e il trekking di più giorni. Le nostre montagne custodiscono paesaggi meravigliosi, ricchi di natura, cultura storica pagana, precristiana e crisitiana. Il girovagare e perdersi in questi luoghi minimi e del silenzio hanno fatto nascere in me una sensibilità e un amore profondo per l’Appennino e per le persone che ci vivono ogni giorno.

Chiamata agli inizi del Novecento la piccola svizzera picena, per il laghetto naturale che la bagnava e i ridenti e scoscesi boschetti che la raccoglievano, Foce si trova a 945 m s.l.m. di quota, all’interno del Parco nazionale dei Monti Sibillini, dove la valle del fiume Aso è stretta tra le vette più alte del gruppo montuoso. Nonostante la sua posizione apparentemente isolata e il rigido clima invernale è stata tappa fondamentale, sin dall’epoca tardo imperiale (VI-VII secolo), per coloro che attraverso il passo di Sasso Borghese nei mesi estivi provenivano dall’altopiano di Castelluccio di Norcia per scendere nella valle dell’Aso e le comunità picene. Delle due antiche chiese di Foce resta l’attuale San Bartolomeo e si è perduta, probabilmente a causa dei terremoti, quella di Santa Maria di Foce del XV secolo descritta nel disegno di Antoine de La Sale come “SantMa de Fogia”, che doveva trovarsi in posizione rialzata rispetto al livello attuale del borgo e spostata verso il Monte Sibilla.

Da qui si snodano numerosi sentieri tra cui quello per il Lago di Pilato e il laghetto di Palazzo Borghese.

Il Laghetto di Palazzo Borghese è posto a quota 1.786 mt. di altitudine sotto le pendici rocciose di Monte Palazzo Borghese, all’interno di un’ampia conca carsico-glaciale. E’ uno splendido specchio di acqua raggiungibile solo a piedi e visibile esclusivamente tra la primavera e l’inizio dell’estate dopo lo scioglimento delle nevi dei ghiacciai invernali.Nelle sue acque è ospitato il Chirocefalo della Sibilla (“Chirocephalus Sibyllae”), una specie simile al più famoso Chirocefalo del Marchesoni (Chirocephalus Marchesonii) situato nel Lago di Pilato. I pochi giorni di esistenza del Laghetto sono sufficienti affinchè il Chirocephalus Sibyllae (di color grigio e non arancione come l’altro) completi il suo ciclo vitale.

Il Lago di Pilato è situato all’interno del territorio comunale, a meno di un chilometro dal confine umbro, è l’unico lago naturale delle Marche e uno dei pochissimi laghi glaciali di tipo alpino presenti sull’Appennino. Particolare e suggestiva la sua ubicazione tra pareti impervie e verticali immediatamente sotto la cima del Monte Vettore. Le dimensioni e la portata d’acqua dipendono principalmente dalla distribuzione delle precipitazioni: è infatti alimentato, oltre che dalle piogge, soprattutto dallo scioglimento delle nevi, che ricoprono per buona parte dell’anno la superficie dello specchio d’acqua fino all’inizio dell’estate. Il Lago di Pilato ospita un particolare endemismo, il Chirocefalo del Marchesoni: è un piccolo crostaceo di colore rosso che misura 9-12 millimetri e nuota col ventre rivolto verso l’alto.

Terra di antiche frequentazioni, accoglieva stabilmente sin dal tardo Medioevo genti provenienti da terre lontane. Attratte dalla liberalità e dall’insofferenza ai poteri costituiti dei montemonachesi alcune frange ereticali come i Fraticelli Michelisti, i Clareni, i Sacconi, i seguaci dei Cavalieri templari ed altri eretici scappati da stati o città meno tolleranti, si riversarono sin dal XIV secolo nelle più sicure terre montane del territorio di Montemonaco e dei comuni limitrofi. Altri decisero di attraversare il Mare Adriatico e si stabilirono in Dalmazia o in Grecia.

Fra gli accadimenti del XV secolo, che contribuiranno ulteriormente, nei secoli successivi, a far conoscere Montemonaco ben oltre il suo naturale ambito geografico, ve ne sono di significativi almeno due: da una parte la venuta in queste terre dello scudiero francese Antoine de La Sale al servizio della Duca Luigi III d’Angiò nel maggio 1420 dall’altra la pubblicazione nel 1473 del Romanzo di Andrea da Barberino, Guerrino detto meschino. Entrambi gli avvenimenti si muovono sullo sfondo della leggenda della Sibilla Appenninica e il complesso ipogeo della sua Grotta, ricompreso sin dall’antico nel territorio montemonachese. La fama della Sibilla Appenninica doveva aver raggiunto la Borgogna se la Duchessa Agnese, sorella di Filippo Il Buono, pare avesse un arazzo nel suo castello con la rappresentazione della grotta della Sibilla. La Sale vide l’arazzo proprio nel castello di Angers, nel 1437, in occasione della festa di nozze della figlia di lei, Maria di Borbone, col figlio di Renato d’Angiò, e, constatando che la raffigurazione dei luoghi non corrispondeva al vero, decise di narrarle il viaggio, compiuto 17 anni prima, e tutto ciò che aveva visto e udito. Fra le motivazioni che avrebbero spinto La Sale ad intraprendere il viaggio Detlev Kraack individua quello dell’onore: tuttavia, non fu inviato dalla dama stessa sui monti della Sibilla. La Sale viaggiava già da tempo in Italia, al seguito dei duchi d’Angiò, Luigi II e Luigi III, prima, il re Renato poi. Gli Angiò speravano di recuperare il regno di Napoli, ma tale speranza fu infranta nel 1442, quando quella città venne strappata dagli Aragonesi.

In una pergamena del 1452, ad appena dodici anni dall’ultima visita di Antoine de La Sale, viene trascritta la sentenza di assoluzione da scomunica dei Priori e di tutta la comunità montemonachese per aver ospitato Cavalieri provenienti dalla Spagna e dal Regno di Napoli, dediti da mesi all’arte dell’alchimia in una casa del paese (casa di Ser Catarino)

I principali capi d’accusa sono quelli di aver (i montemonachesi) aiutato e accompagnato i Cavalieri fino al lago della Sibilla (Lago di Pilato) per consacrarvi i libri diabolici e, una volta messi in carcere per ordine dell’inquisizione, di averli fatti scappare! La Santa Inquisizione dichiara nel documento di essere venuta “casualmente” a conoscenza degli antefatti, da cui era scattato l’arresto dei Cavalieri, e in un secondo momento della loro fuga. L’inquisitore della Marca anconitana De Guardarjis traduce allora i Priori e tutta la comunità in tribunale a Tolentino per giudicarli.Ma stranamente, alla fine di un lungo dibattimento processuale tutti vengono assolti e liberati dalla scomunica, grazie all’atteggiamento liberale che dominava nella Marca anconitana, al contrario dell’Italia Settentrionale e del resto d’Europa dove una simile circostanza avrebbe provocato l’accensione di una notevole quantità di roghi.

Le terre sibilline, come confermano gli studi del Parco Nazionale, sono ancor oggi ricche di specie officinali. Unitamente alla disseminata presenza di fonti sorgive e acque minerali erano le due condizioni necessarie perché si potessero approntare i laboratori alchemici fra i quali, ad esempio, quello citato nella sentenza di assoluzione da scomunica. Ida Li Vigni e Paolo Aldo Rossi ritengono che fossero le anziane donne, chiamate nel Piceno “Vergare” e nei secoli passati tacciate di far uso di arti magiche e stregoneria, le depositarie delle ricette di medicina popolare, tramandate di generazione in generazione, per far fronte con decotti, infusi e pomate alle malattie semplici. Si dedicavano per questo alla raccolta delle radici, dei fiori ed erbe fiorili, anche per gli alchimisti speziali; questi ultimi preparavano la distillazione delle quintessenze vegetali e minerali, gli olii essenziali e quant’altro utile a loro e ai cerusici per far fronte alle malattie.

Dopo l’ascensione al Lago di Palazzo Borghese, in compagnia di Ruben ed Elisa, abbiamo pranzato alla Taverna della Montagna di Foce di Montemonaco. Davanti a un enorme camino si può respirare ancora un profumo di antichi sapori e tradizioni, un luogo magico accompagnati da un menù d’eccezione: polenta alla carbonara, affettati, coratella e infine il distillato di genziana autoctona.

Spunti di riflessione e alcuni testi sono ripresi dal bellissimo libro “Appennino atto d’amore” di Paolo Piacentini – Terre di Mezzo editore.

Il carnevale degli Zann di Umito e Pozza – Acquasanta Terme (AP)

“Ida Nespeca, a Marco con affetto” – Pozza, fraz. Acquasanta Terme (AP), 10.02.2018.

Con queste poche parole, di un valore immenso, scritte da Ida Nespeca, signora di 93 anni residente nel piccolo paesino montano di Pozza, nel comune di Acquasanta Terme in provincia di Ascoli Piceno, dedico questo mio reportage.

Questi scatti rappresentano la testimonianza di una tradizione secolare, tramanda fino ai giorni nostri per via orale, in due piccolissime frazioni dell’appenino marchigiano, che per loro fortuna non sono state intaccate da qualsiasi effetto perverso della modernità, in cui ancora sopravvive il valore dato al ritmo delle stagioni e allo scorrere lento del tempo, dalle quali dipende unicamente la semina e il raccolto futuro. In questi luoghi ho trovato umanità e solidarietà, valori difficili da scovare nelle città affollate della pianura, oramai dedite soltanto a un interesse meramente individualistico, economico e totalmente disgregate.

Tra le due frazioni vi è un Cimitero Internazionale Partigiano, in cui defunti partigiani italiani, slavi, greci e polacchi hanno dato la loro vita per combattere e vincere il nazi-fascismo a costo della loro stessa vita, l’11 marzo del 1944. Cantare e ballare con gli Zann “Bella Ciao” nel cimitero, mi ha emozionato e devo ammettere che mi sono commosso.

A causa dell’isolamento nel quale sono vissuti gli abitanti di Pozza e Umito, unita all’asperità del territorio e al fatto che fino ai primi del XX secolo, tale territorio era privo di strada rotabile, esso non aveva possibilità di significativi scambi commerciali e culturali, così il loro esterno si configurava con gli abitanti dei centri limitrofi di Montacuto e Acquasanta Terme. Per questo motivo, molti luoghi montani dell’entroterra marchigiano e non solo, per secoli non sono cambiati, facendo giungere usi, costumi, riti e tradizioni di un passato oramai remoto.

Il corteo carnevalesco è formato dalle seguenti maschere:

  • il diavolo
  • il custode del diavolo e i militari
  • la coppia di sposi
  • il gruppo di Zann
  • in passato in certi anni vi era anche la maschera della morte

Apre il corteo il diavolo, che con la sua supremazia anche fisica prende possesso del luogo; dietro si trova il custode tutore dell’ordine e del diavolo stesso, il quale viene tenuto a bada con una catena in ferro, che sbattendo a terra incute timore e paura. Nella fila successiva vi è un carabiniere, seguito dai suonatori dell’organetto (un trio fantastico ed esuberante: Li Carrajat). Dietro abbiamo gli sposi e infine le singolari maschere colorate degli Zann. Da sempre il corteo carnevalesco negli spazi più ampi dei due paesi è tenuto a bada del capo Zann, il quale con funzione di regista richiama l’attenzione ed impartisce tempo, gesti, verso di marcia e cadenze con l’ausilio di un fischietto, disponendo gli Zann in cerchio. Nel frattempo i menestrelli danno sfogo a tutta la loro maestria e il cerchio formato dagli Zann continua con passo saltellante ora in senso orario, ora in senso antiorario, mentre all’interno del cerchio si trova la coppia di sposi.

Nel frattempo tra i rioni dei due villaggi gli abitanti, per lo più anziani, preparano vassoi colmi di ravioli di castagne, ciambelle, affettati e castagnole, mentre altri offrono il vino ai passanti. Il diavolo, maschera brutta e chiassosa attraverso il suono del campano, ha l’effetto di svegliare la Natura, la quale grazie alle cure e al lavoro del contadino, dovrà dare il meglio ed il massimo sia per quanto riguarda i prodotti agricoli, sia le erbe ed il pascolo per gli animali, sia per gli alberi da frutto che da legno. Il ballo degli sposi al centro del cerchio formato dagli Zann non è causale, ma fa parte del rito propiziatorio di buon augurio sia per la fertilità della donna che per la stalla, questo per avere sia braccia che animali da lavoro e per propiziare l’abbondanza di prodotti agricoli per poter sfamare i componenti della famiglia e della stalla stessa. Da secoli con il carnevale si rinnova l’auspicio di una fertilità sia umana che agraria. La storia singolare di questo carnevale attraversa le insidie della notte dei tempi, affonda le sue radici nel paganesimoInfatti se dovessi descrivere sinteticamente che cosa è lo Zann, lo descriverei come una: “figura sacerdotale che oggi riempie un corteo di carnevale con colori, portamento, regole, ritmo e danza”. Nell’ambito di un’ideologia magico-religiosa, molti antropologi vedono nel santerello ballato dagli sposi al centro del cerchio formato dagli Zann, l’atto magico della fecondazione, ovvero l’auspicio del risveglio del seme umano e delle gemme delle piante: “tanti figli e pieni i granai”.

Il carnevale di Pozza e Umito è certamente uno dei più antichi ed originali, causa il suo isolamento sia geografico che antropologico. Infatti in passato nessun forestiero si avventurava in questi luoghi, pieni di briganti e dove non vi era nessuna necessità di un reale cambiamento. Nel 1485 Papa Innocenzo VIII vietò ballo e maschere come fece pure Paolo II nel 1476, ribadendo tali divieti. In molte località dello Stato della Chiesa era vietato mascherarsi, con pene severissime sia pecuniarie che corporali, le quali venivano applicate a discrezione del governatore fino ad arrivare alla tortura o addirittura alla morte. Tra le cose più vietate vi era quella di vestirsi con abiti religiosi, in particolare da Cardinale. Dal 1560 i festeggiamenti carnevaleschi terminavano alla mezzanotte di martedì grasso, le campane suonavano a morto annunciando la morte del carnevale, la gente si doveva ritirare nelle proprie case, il giorno dopo era il mercoledì delle ceneri e cominciavano i 40 giorni della Quaresima, quest’ultima caratterizzata dal digiuno. In questo periodo la religione cristiana vietava di ballare, di fidanzarsi, di sposarsi ed ai coniugi di avere rapporti sessuali. Il periodo di carnevale dipende dalla luna che regola la data delle feste mobili, fra le quali la Pasqua Cristiana, la cui data ricorre la prima domenica dopo il plenilunio, cioè la luna piena che segue l’equinozio di primavera, ovvero il 21 marzo momento in cui le ore del buio sono uguali alle ore di luce. Poiché la figura sacerdotale dello Zann, proveniente dal paganesimo, fu vietata in diversi periodi storici del Cristianesimo, per farlo sopravvivere questa figura è stata rilegata alla giornata del carnevale, giorno in cui tutto è ammesso e concesso.

La cosa affascinante è che per secoli gli unici spettatori di questo carnevale, sono stati esclusivamente gli abitanti di Pozza e Umito. Rappresentazioni simili sono sparse in molte parti d’Italia e in tutta Europa, ma purtroppo con l’avvento del turismo di massa si sono adeguate alle esigenze del pubblico e in qualche caso hanno stravolto completamente il significato originale e la valenza storico culturale. La peculiarità di questa valle è rappresentata dalla carenza di infrastrutture moderne e mezzi tecnologici, unita alla presenza di un territorio aspro e roccioso, hanno fatto sì che le risposte mancanti da parte dei suoi abitanti, le hanno ritrovate nei vecchi riti e tradizioni tramandate per via orale. Hanno continuato a vivere come sempre, cercando di avere una protezione divina sia essa pagana o Cristiana, per le poche cose che loro reputavano importanti: la casa, la stalla e la terra.

Tu carnevale, carnevalone
Che fai di tutto un gazzarrone
Per fortuna vieni una volta all’anno
Perché se venissi una volta al mese
Saresti la rovina dei due paesi

Grazie a Radici Senza Terra, per avermi fatto scoprire questo angolo di paradiso incontaminato, (consiglio inoltre la bellissima passeggiata verso “le cascate della Volpara”), che nonostante i danni derivati dagli eventi sismici del 2016, la comunità sopravvive e guarda al futuro con nuova speranza.

 

Un anno è passato da quel 24 agosto 2016

Questa è la situazione in cui versano le frazioni (Fiordimonte, Casali, Gualdo) e le città (Visso, Castel Santangelo sul Nera) del cratere, nella provincia di Macerata e all’interno dei Monti Sibillini, a distanza di un anno dagli eventi sismici del 24 agosto 2016, che hanno colpito il Centro Italia.

1.087.252,75: è la cifra che indica la quantità di oltre un milione di tonnellate di macerie, secondo l’ultima stima della Regione Marche, che il terremoto ha lasciato sul terreno di 53 Comuni, nelle province di Ascoli Piceno, Macerata e Fermo.

E’ questo un dato numerico che dà la stima dell’intensità di un sisma che ha cambiato il corso di fiumi e fatto zampillare nuove sorgenti, spaccato montagne, prodotto abbassamenti di terreno di circa un metro, fatto eruttare vulcanelli di fango, aperto voragini e sinkhole, impedito la percorribilità di grandi vie di comunicazione come la Salaria, distrutto interi paesi ridotti a cumuli di pietraglie… La terra ha tremato sotto i nostri piedi e ha cambiato per sempre la sua conformazione.

71.000: è la cifra approssimativa delle tonnellate di macerie che sono state rimosse fino ad ora. E’ la cifra che dà la misura di quanto sia stato fatto dopo quasi un anno dai primi crolli e di quanto ancora ci sia da fare.

1.885 sono le prime casette ordinate dai Comuni marchigiani, 26 quelle consegnate: altre cifre che parlano da sole.

Qui tutto è fermo, tutto bloccato, ancora inagibile: interi paesi sono inaccessibili agli abitanti, molte strade restano chiuse, le stalle sono per la maggior parte inutilizzabili, gli sfollati sono ancora sfollati e sparpagliati tra campeggi sulla costa, alberghi, agriturismi o appoggi da parenti. Le famiglie non sanno ancora in quale scuola iscrivere i propri figli data l’incertezza sul possibile domicilio che gli verrà, forse, destinato a settembre. I negozi sono ancora chiusi, solo alcuni sopravvivono, ristretti in pochi containers; molti sono stati costretti a riaprire sulla costa e difficilmente potranno tornare indietro.

Bisogna invertire il verso, l’alto verso il basso, l’uno verso i molti. Delegare i poteri delle decisioni alle comunità locali , rompere i patti di stabilità, dare la possibilità ai Comuni di utilizzare le proprie risorse e di gestire i fondi raccolti con le donazioni , attivare il protagonismo e la progettualità delle risorse del territorio: il controllo sociale dal basso, che le popolazioni stesse potrebbero esercitare sugli enti di prossimità, è l’unica reale garanzia  perchè tutto possa ripartire in modo effettivamente sicuro.

La memoria e il ricordo sono fondamentali, per non far calare definitivamente il sipario di fronte a questa immensa catastrofe, per poter dar voce a chi voce non deve avere. Bisogna dare dignità e una casa sicura a chi l’ha persa, per far si che torni la speranza e il futuro in queste zone, purtroppo duramente colpite e martoriate.  Altrimenti l’abbandono e lo spopolamento, il degrado e la speculazioni in queste aree sarà cosa certa e avverrà in così poco tempo, senza neanche darci il tempo di rendercene conto.

Se le istituzioni non faranno qualcosa di concreto al più presto, attraverso una progettualità a lungo tempo che veda coinvolte direttamente le popolazioni, il danno sarà irreparabile per sempre.

(Testo di Enza Amici dell’articolo del sito Global Project)

Il Molise, l’Abruzzo e l’Albergo diffuso Sextantio

Queste foto fanno parte di un piccolo reportage di due giorni nel cuore dell’Italia nelle regioni del Molise e dell’Abruzzo, in particolare le città di Isernia, Santo Stefano di Sessiano, zona Campo Imperatore e il Rifugio di Racollo. Scorci di un’Italia passata e di un futuro molto incerto, che con fatica e tenacia tentano di resistere alle conseguenze dello spopolamento, la crisi economica e il terremoto del 2009 e del 2016.

Sono numerose le difficoltà, che un paese di montagna arroccato a 1.250 m, come Santo Stefano di Sessiano sta incontrando a distanza di 10 anni dagli eventi sismici del 2009, non mi rende assolutamente tranquillo e riflette un un’immagine di quello che potrebbe essere nel lungo periodo le zone dei Monti Sibillini, senza una forte presa di posizione da parte delle istituzioni che dovrebbero contribuire a gestire la vera ricostruzione.

Santo Stefano di Sassanio è un borgo medioevale fortificato tra le montagne dell’Abruzzo all’interno del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Lega. L’attuale configurazione urbana del borgo si costituisce in pieno Medievo, quando si sviluppa il fenomeno dell’incastellamento: un paesaggio caratterizzato da abitanti d’altura, circondati da un perimetro murario fortificato che resta ancor oggi uno degli elementi storico-topografici maggiormente caratterizzanti del paesaggio italiano. Le invasive urbanizzazioni del secolo appena trascorso e ristrutturazioni poco attente ai patrimoni originari hanno compromesso quasi ovunque l’integrità tra territorio e costruito storico. Paradossalmente, tale integrità si è conservata residualmente in alcuni borghi della montagna appenninica proprio a causa del loro spopolamento, nel più generale contesto di depauperamento del meridione e del centro Italia, con conseguente abbandono della montagna ed immigrazione delle sue genti verso la pianura e la costa.

Un esempio da esportare e da prendere come modello, sarebbe l’Albergo diffuso Sextantio a Santo Stefano di Sessanio, progetto di recupero e ridestinazione ricettiva che ha introdotto inedite procedure per conservare l’integrità di questo borgo storico e del paesaggio circostante mediante specifici accordi con gli enti territoriali locali. L’obbiettivo finale è che, almeno in questo caso, la ridestinazione turistica non comporti inevitabilmente perdita di quelle che sono le identità territoriali del luogo. Il progetto nella sua parte privata prevede la conservazione delle destinazioni d’uso dell’originaria organizzazione domestica, l’occultamento degli impianti e della tecnologia, l’uso esclusivo di materiale architettonico di recupero, l’uso esclusivo dell’arredamento povero della montagna abruzzese. Questo approccio di tutela si spinge fino alla conservazione di quelle tracce del vissuto, e del vissuto povero passato, sedimentare negli intonaci e nelle stratificazioni del costruito, per preservare, nei egni di sofferenza del tempo, l’anima più profonda e autentica di questi luoghi.

Il progetto prevede la riproposizione di alcuni aspetti della culture del territorio, a livello gastronomico, con l’acquisizione dei territori limitrofi per una produzione diretta delle forniture alimentari, il restauro di una storica cantina. Successivamente si procederà al rilevamento delle varietà colturali, delle produzioni alimentari dei piatti locali per una fedele riproposizione, in popolazioni sempre al limite della sussistenza. Per quanto riguarda l’artigianato domestico, sono rimasto colpito dall‘Azienda Agrozootecnica Daniani Ovidio e dalla piccola bottega AquiLana di Valeria, che da anni produce splendidi maglioni e altri manufatti di lana realizzati a mano, con materiale riutilizzato dalla tosatura delle pecore della sua azienda e del marito, che purtroppo oramai non ha più valore economico, come un tempo.

Solo laddove la povertà ha determinato l’abbandono integrale degli abitanti si sono eccezionalmente conservate quelle caratteristiche di integrità storica architettonica e paesaggistica di questi territori, la cui tutela potrebbe essere la premessa di nuove qualificanti ridestinazioni e nuove opportunità lavorative, che penso siano le basi per un ripopolamento minimo di una comunità e la speranza di un futuro per queste zone.

Un piccolo esempio da cui poter ripartire, sopratutto nelle nostre zone dell’entroterra maceratese e delle altre regioni montane devastate dagli eventi sismici dello scorso anno, che a quasi un anno di distanza non vedono ancora la luce, senza una minima programmazione economica e sociale, di zone simbolo e culla della nostra ancora incontaminata Italia.

Noi vogliamo tornare a vivere nella nostra terra

Andate su questa pagina Facebook. Si chiama Un aiuto concreto per Castelsantangelo sul Nera. Leggete. Guardate le foto. Cercate di immedesimarvi. Capite. Per esempio:

“Stamattina proviamo con una battuta, forse è l’unico modo per affrontare questa situazione, ecco a voi le macerie 4 stagioni, un piatto da servire freddo tutti i giorni alle popolazioni terremotate. Abbiamo le macerie con la neve, con il sole, con il brutto tempo, macerie d’autunno, d’inverno e ora anche di primavera. Dal 26/30 ottobre qui nulla è cambiato, vorremmo trasmettere un monito a chi dovrebbe occuparsene: non avete il diritto, non avete nessun diritto ad abbandonarci qui così. Sappiamo che la distruzione è enorme e riguarda ben 4 regioni, ma dovete dare un segno, un segno qualsiasi di rispetto verso migliaia di persone con l’animo distrutto dal terremoto, e con la speranza ormai sotto le scarpe. Calpestarli ulteriormente con la vostra indifferenza è un’ingiustizia senza pari. Noi vogliamo tornare a vivere qui, nella nostra terra, che nessuno pensi di sfiancarci fino a rinunciare, non vincerete mai!”

“Quando il sole tramonta e pian piano il buio ingoia tutto, quello è un momento davvero triste. Castelsantangelo è totalmente spento, non una sola luce, un lumino lontano. Là dove respirava un paese, ora è buio assoluto. Nell’attimo in cui volgi gli occhi verso quel punto così scuro e indecifrabile, in quell’attimo lo senti nel cuore, percepisci netti pensieri e sensazioni, impossibile sfuggire alla realtà di un paese che non c’è più. Un nodo alla gola, il respiro che si spezza e una verità che non ti lascia scampo. Abbiamo ancora le foto a ricordarci com’era e le condividiamo volentieri con voi che tutti i giorni ci aiutate con affetto e concretezza. Rubiamo ancora i versi di Cesare Pavese e auguriamo una buonanotte a tutti:

“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti””

E poi, diffondete:

“Questo è un post dedicato alle attività economiche e agli allevatori dei Comuni interessati all’evento “Tutti agibili per un giorno”. Pieve Torina ha già provveduto a compilare una lista delle proprie attività e a breve avremo le adesioni. Stiamo invece chiamando allevatori e imprenditori di Visso, Ussita e Castelsantangelo sul Nera. Se qualcuno di loro seguisse la pagina e fosse intenzionato a partecipare, gli chiederemmo la cortesia di scriverci una mail a:  tuttiagibiliperungiorno@gmail.com indicando il nome dell’attività, la tipologia di appartenenza (esempio B&B oppure Norcineria o allevatore etc) e un contatto telefonico. Saremo felici e onorati di mettervi in lista e vi contatteremo nelle prossime settimane per definire i dettagli e aiutarvi a organizzarvi. Siete tutti invitati a partecipare, tutti. Non importa se la vostra attività sia ora distrutta e ferma o quale sia la tipologia, studieremo le soluzioni per ogni caso diverso, faremo tutto ciò sia nelle nostre possibilità per mettervi nelle condizioni di poter esporre la vostra attività. Anche attraverso una mostra fotografica che ne racconti la storia. Sarà un giorno importante, avremo la visibilità che spesso ci viene negata, mostreremo quale sia la forza di questa popolazione piegata ma non spezzata e intenzionata a rinascere dalla montagna di macerie che la circonda. Oltre alla visibilità porteremo la partecipazione d’imprenditori e privati cittadini da tutta Italia decisi ad aiutare la ripartenza delle nostre attività economiche. Noi crediamo in tutti voi, siete voi che impedirete lo spopolamento facendo rinascere l’economia e il lavoro. Grazie”.

Daje!

È necessario reagire contro la strategia dell’abbandono adesso o mai più

Le foto documentano la situazione attuale di alcuni borghi, frazioni e città colpite dal sisma nella provincia di Macerata e nell’entroterra marchigiano, a distanza di 8 mesi dall’inizio delle sequenze sismiche iniziate nell’agosto 2016, mettendo in evidenza e denunciando le molte cose che non stanno andando, ma soprattutto la bellezza di questi luoghi. Anche se duramente provati, molti monumenti, chiese e case hanno retto e questo deve essere il punto di partnenza. Come si può notare dagli scatti, alcune città fortunatamente come nel caso di Serrapetrona e Sarnano, non hanno subito lesioni ingenti e rilevanti, come invece nel caso di San Ginesio, Visso, Gualdo, Ussita, Castel Stant’Angelo sul Nera, San Severino Marche, Tolentino, Caldarola e molte altre ancora. Questi scatti e piccoli spostamenti, mi hanno anche dato la possibilità di conoscere meglio la mia storia e la mia terra, data alle volte per scontata, ma colpevolmente sconosciuta per troppo tempo. Di seguito sono riportati alcune testimonianze dirette, riportate da Loredana Lipperini sul suo blog.

“Se qualcuno vuole davvero aiutare le popolazioni dell’Appennino colpite dal sisma è ora di dimostrarlo.”

Ammettetelo, ci volete prendere per stanchezza… Non tornavo a Visso da mesi, tanti mesi. Da quando il terremoto ha devastato il paese, rendendolo una sorta di città fantasma, come tutto l’entroterra maceratese. E mai avrei pensato che tutto fosse rimasto come allora. In cinque mesi non è cambiato assolutamente nulla, a parte il ponte realizzato dai vigili del fuoco per l’accesso alla zona rossa e inaugurato stamattina.

A questo punto, non ci si può più nascondere. È ora di giocare a carte scoperte. Dietro questa lentezza disarmante, capace di portare la gente allo sfinimento fisico e morale, c’è una volontà politica di portare via la gente da un entroterra che non rappresenta un bacino elettorale particolarmente allettante? Si è deciso che la gente dovrà spostarsi tutta verso la costa? In tanti questa decisione, sotto certi aspetti inevitabile, l’hanno già presa. Soprattutto le famiglie più giovani. E ogni giorno che passa, quest’idea sale nella testa di un numero sempre maggiore di persone. Se, perchè a questo punto il dubitativo è d’obbligo, dovesse iniziare la famigerata ricostruzione, quanti anni durerà? Cinque? Sei? Dieci? Venti? E a quel punto saranno ricostruiti dei bei paeselli nuovi di zecca, fatti di tutte seconde e terze case di chi in quei posti andrà a passarci qualche giorno di ferie. Mentre la popolazione indigena non esisterà più. Vogliamo questo? I marchigiani, testardi e incazzosi, vogliono lasciarsi fare questo o hanno intenzione di reagire in qualche modo? Purtroppo vediamo rassegnazione, scoramento, anche qualche figlio di buona donna che cerca di approfittare della situazione. Sì, per carità, ci staranno anche questi. Ma la stragrande maggioranza vorrebbe solo tornare a casa. Una semplice, banale, ovvia richiesta che, di fronte a una gestione dell’emergenza come quella che stiamo vivendo, si sta trasformando in una montagna insormontabile. È necessario reagire. Adesso o mai più. 

Ricordo alcuni eventi organizzati da Terre in Moto, presenti nei prossimi giorni per parlare della situazione nel cratere, della nostra esperienza e per raccolte fondi:
– 31 marzo a Caldarola (MC) alla “Cena Resistente”.
– 31 marzo a Bolzano (BZ) con Il Bio che non trema.
– 1 aprile a Fabriano (AN) con il Laboratorio Sociale Fabbri.
– 2 aprile a Tolentino (MC) con Silvia Ballestra alla presentazione del suo ultimo libro.

Daje!

Amandola – Terre in Moto 9 marzo 2017

Approfittando dell’incontro organizzato dalla rete Terre in Moto – Marche tenutosi ad Amandola il 9 marzo all’Osteria del Lago di San Ruffino, insieme ad alcuni amici, abbiamo fatto un giro della zona guidati da Davide, che vive e lavora qui. Tutto questo va a documentare e far vedere il reale stato delle cose, sopratutto nelle piccole frazioni, borghi e aziende agricole, che non hanno purtroppo nessuna risonanza mediatica, dove le persone, per lo più anziane, ma anche giovani, vivono tutti i giorni. Ci addentriamo in un territorio in cui convivono realtà in apparenza lontane fra loro, ma unite da un forte legame di comunità tipico delle zone rurali e dell’entroterra.

La giornata è bellissima, con un sole che illumina il Lago di San Ruffino e le vette imbiancate dei Monti Sibillini, un cielo terso e sgombro da nuvole. Sembra un dipinto o un’allucinazione, ma una bellezza così raffinante e perfetta era da tempo che non la notavo. Subito dopo esserci conosciuti, Davide ci guida verso la frazione di San Cristoforo, dove si notano i danni ingenti alle abitazioni. Ci guida una signora tra le case diroccate e inagibili, dove qui vive e accudisce la sua mamma di 96 anni, dentro alla ex scuola di campagna, ormai divenuta un centro di “ricovero” temporaneo. Spostandoci tra le macerie, la vista è stupenda e si scorgono le vette dei Monti della Lega in Abruzzo. Scambiando qualche parola si ha l’impressione di una tacita rassegnazione, che creare un senso di impotenza e sconforto per chi come me, ascolta. Ma riusciamo comunque e nonostante tutto a strappare un sorriso, prima di salutarci, promettendo che torneremo presto.

Ci dirigiamo verso l’Azienda Agricola “Le Spiazzette” (potete trovare e comprare nel sito tutti i loro prodotti, in particolare confertture, mele sciroppate e composti) situata ai confini del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, composta di 70 ettari di cui quasi metà tra boschi e calanchi. Il nome “Le Spiazzette”, deriva dalla leggenda che narra la discesa delle fate Sibille. La mela rosa rappresenta un prodotto sano, naturale, controllato, vero e genuino, realizzato in un ambiente incontaminato, a stretto contatto con la natura che lo protegge e lo rende ancora più buono: questi sono i prodotti le Spiazzette. E aggiungo, dopo avere assaggiato queste mele rosa, risultano veramente squisite. Subito ci si fa incontro Sabina e la figlia Martina, che ci spiegano come è la situazione a distanza di 7 mesi, ci illustrano la loro azienda e il futuro per il momento molto incerto, viste le problematiche e le inefficiente burocratiche da parte delle istituzioni preposte a tale compito. Mi colpisce fin da subito la forza e la tenacia di questa famiglia solida e al tempo stesso accogliente, come molte realtà che sto incontrando in questi mesi. Sto per partire, ma non mi sento addosso la tristezza che mi aspettavo, considerata la situazione. Sento piuttosto l’influenza positiva del vigore di questa bella realtà familiare, dell’entusiasmo della giovane Martina, pur avendo perso quasi tutto, sono ancora capaci di sognare e reagire.

Lasciandoci alle spalle i bellissimi frutteti della mela rosa, andiamo verso la Fattoria biologica della famiglia Corradini di Amandola:

“Siamo un’azienda agricola biologica a conduzione familiare, nel 1989 ci siamo trasferiti nella campagna di Amandola, luogo di nascita di Vittorio, dalla provincia di Milano. Il sogno, era quello di una vita più sana, che potesse anche salvaguardare l’ambiente intorno a noi. Da qui, e dalla passione per l’agricoltura, la scelta di creare una fattoria biologica. Nella fattoria ci sono mucche, vitelli e maiali; tutto quello che coltiviamo nei campi è biologico (certificazione IMC) e lo usiamo per l’alimentazione degli animali.”

Già questo dovrebbe farvi capire tutto o in parte, perché appena ci conosciamo entriamo subito in confidenza con Vittorio, il padre di una bella famiglia che ha scelto di vivere e lavorare nelle Marche, trasferendosi da Milano ad Amandola nel 1989. Subito mi illustra i danni alla propria abitazione, al proprio laboratorio e punto vendita, inagibile per colpa degli eventi sismici iniziati il 24 agosto. La cosa che mi ha colpito, parlando con la filai Alice, anche in questo caso, è la voglia e diritto di avere informazioni chiare e tempestive, poter capire veramente qualcosa all’interno della districata, farraginosa, lenta e a tratti imbarazzante macchina burocratica. Perché questo ne vale il loro futuro. Per capire meglio cosa è successo da quel fatidico giorno di agosto e la gestione dell’emergenza successiva, vi lascio il link dove potete leggere la lettera, scritta dalla stessa Alice, indirizzata al Presidente della Regione Marche Cerescioli, rimasta a tutt’oggi senza una risposta.

A pranzo ci fermiamo a mangiare presso la Comunità San Cristoforo ad Amandola, dove ci viene offerto un piatto di pasta, carne e insalata. La persona che mi rimane impressa è il fondatore di questa bellissima e accogliente struttura, Achille Ascari originario della Val di Non, anche lui innamorato da 40 anni, dalle bellezze delle Marche. Mi colpiscono la sua dialettica e il suo modo di parlare mai banale, migliore di gran lunga rispetto ad alcuni professori universitari incontrati in questi anni. Ci illustra tutte le attività che si svolgono all’interno della comunità, la struttura (non ha subito nessun danno, per via dell’attenta messa in sicurezza all’epoca della costruzione, usando criteri antisismici moderni e professionali), ci presenta i ragazzi accolti e ci da alcune notizie storiche e nozioni biologiche delle piante, animali e i borghi circostanti. Sembra un’isola felice, immersa in un contesto unico e ancora del tutto incontaminato, privo di qualsiasi distrazione. Grazie ad Achille Ascari e agli operatori che vi lavorano ogni giorno, questa Comunità può concretamente aiutare persone in difficoltà, che si trovino in uno stato di disagio dovuto all’abuso di alcool o di tossicodipendenza, riacquistando attraverso gli animali, la Natura e i suoi prodotti, il contatto con se stessi e con la vita.

L’ultima tappa è al Centro Ippico San Lorenzo, vicino ad Amandola. Ci viene incontro Alberto Teso e ci fa vedere i danni causati dal terremoto e dalla nevicata di gennaio, mostrandoci i magnifici cavalli ben tenuti ed accuditi, all’interno della scuderia, mentre da ad ognuno la razione di fieno per la notte. Dopo aver preso una birra al pub “La Fojetta” di Amandola e cenato insieme a Davide e gli amici all’Osteria del Lago, ci prepariamo ad ascoltare l’incontro pubblico organizzato da Terre in moto, che a breve avrà inizio.

Per capire che cosa è la rete Terre in Moto, riporto un’ottima ed emozionante riflessione, scritta da Leonardo Animali, dal titolo “Yes we can”.

“Sarebbe stato magnifico arrivarci che fosse ancora giorno in questa osteria sul lago, da cui si scorgono i Sibillini, anche se la fase di luna piena ci lascia intravedere le cime imbiancate delle creste che spezzano il buio. Ma tant’è, come da tradizione, certe riunioni si fanno di notte… Arrivano alla spicciolata, un sacco di gente, più del previsto, dicono i promotori. Nell’afflusso arriva un gruppetto, una decina circa, di persone palesemente straniere; strano, turisti da queste parti, d’inverno e col terremoto. “Sono venuti pure gli inglesi!” dice un organizzatore dell’incontro; quindi non sono turisti, concludo, ma partecipanti all’incontro. Gli “inglesi” sono i proprietari di case-vacanza acquistate in questo territorio, e che se le sono ritrovate lesionate o crollate con il terremoto; sono venuti per capire, per informarsi, per chiedere. Sono un po’ buffi, sembrano i protagonisti compassati di quei format televisivi tipo “vado a vivere in campagna” o simili. Si siedono in cerchio insieme a tutti gli altri, dopo aver preso al bancone della locanda, la tradizionale birretta, come se fossero al pub, solo che qui hanno esclusivamente Menabrea o Moretti. E’ osservandoli, così composti, integrati ed estranei al tempo stesso, che per una semplice ed illogica rimuginazione anglofona, mi viene in mente lo “yes we can” di anni fa… La riunione è quella di Terreinmoto Marche, “una rete di realtà sociali, associazioni e semplici cittadini che vogliono intervenire sul terremoto a livello informativo, comunicativo e sociale”, come si definiscono sulla pagina facebook. E alla riunione ci sono tante realtà democratiche di base, persone che col terremoto hanno perso tutto, allevatori, chi resiste in roulotte e chi è sfollato sulla costa. Con un comune obiettivo: non disperdere quel senso di comunità che ha sempre contraddistinto questo territorio, e rendersi parte attiva, direttamente coinvolta, e contraddittoria se occorre, nel processo di ripartenza e ricostruzione dopo la catastrofe del terremoto; portare a chilometro zero quella che è oggi la distanza siderale tra livelli decisori e popolazioni, nei processi e nelle scelte da compiere. Uno scopo gigantesco, considerata la situazione del territorio, già attraversato con forza dalla #strategiadellabbandono, ed i tempi e modi della politica, in giorni in cui si ripropone nuovamente una spompata visione leaderistica, che alla fine però sa tanto di concordato preventivo. Lo spirito che attraversa il salone della locanda è diverso dalla semplice solidarietà e beneficienza. Lo straordinario e generoso moto, che il dramma del terremoto ha attivato in opere ed azioni filantropiche, e di cui c’è ancora enormemente bisogno, si esaurisce al, seppur prezioso, gesto di filantropia diretta: la donazione, la raccolta fondi, l’aiuto al singolo o alla comunità. Qui c’è qualcosa d’altro, che va oltre: c’è il sentimento della solidarietà che diventa fatto politico, che attiva pratiche di partecipazione e democrazia, e che muove dalla storia, dalle problematiche non solo urgenti e recenti, di un territorio, e dei diritti chi ci vive, per nascita o per scelta; questa realtà si chiama montagna, con la sua peculiarità e specificità. Ad un certo punto entra in sala, ad incontro iniziato, Paolo. Ci riconosciamo subito, sorpresi ma fino ad un certo punto; un abbraccio forte, senza parole. L’ultima volta che siamo stati assieme è quando abbiamo dormito per più notti sui banchi del laboratorio di Scienze della Terra all’Università di Perugia, durante la Pantera, più di venticinque anni fa. Lui vive da queste parti in montagna; ci bisbigliamo un po’ di cose, quello che facciamo, dove e come viviamo, senza avere la pretesa di raccontarci nel dettaglio quello che è successo a ciascuno per un quarto di secolo, dopo che si scappava insieme da qualche manganello della Celere che sgomberava il Rettorato. Per questo ci prenderemo adesso il giusto tempo. Mi ha colpito una cosa che mi ha detto, ad un certo punto, ascoltandomi; “allora sei come noi”. Ecco, questa frase è un segno distintivo, che appartiene ad una comunità sparsa ma al tempo stesso attraversata da una forte fraternità, quella della montagna.

Chi vive in città, in pianura o sulla costa, pur sentendosi sinceramente solidale ed anche generoso con i territori segnati dal terremoto, una roba così non riesce a percepirla, perché te il terremoto non ce l’hai avuto dentro, perché qui non ci vivi e la notte non ci devi tornare a dormire. E di conseguenza per te la solidarietà esaurisce il tuo bisogno di renderti utile; ma per il popolo dell’Appennino è fisiologico che quello che vive a seguito di una condizione di straordinaria destabilizzazione, diventi ad un certo punto pratica civile e politica; perché c’è in gioco il tuo presente e il tuo domani, e sai bene che non ti puoi fidare di delegarne gli esiti e le strategie a qualcun altro che sostiene di rappresentarti.

Per questo Terreinmoto Marche è un’originale e nuova pratica di democrazia, che mette insieme senza gerarchie e appartenenze, la vita delle persone e di un territorio, per quello che sono, ancor prima di quello che potrebbero rappresentare. Da questa locanda di montagna in riva ad un lago, comprendi che qui il “si, possiamo farcela” è autentico, vero, senza filtri e opacità. Perché è un obiettivo condiviso di tanti e diversi, non il desiderata di uno per tutti.”

Daje!

Gualdo e i paesi della mia infanzia dopo il 24 agosto 2016

A distanza di oltre sei mesi da quel terribile 24 agosto, che ha scosso in maniera irreparabili sia la terra che le menti del Centro Italia, è ora di dare voce e far vedere in che condizioni versa l’entroterra marchigiano, in particolare i paesi limitrofi rispetto all’epicentro del sisma, quelli a cui i media poche volte si sono interessati.

Le foto ritraggono i comuni di Sant’angelo in Pontano, Gualdo, Penna San Giovanni e Monte San Martino tutte inserite all’interno della provincia di Macerata. Difficile a livello emotivo cercare di dare un senso a tutta questa devastazione, visto che qui passavo le mie estati e i fine settimana con mia sorella, i miei nonni e i miei genitori, ed era sempre bello tornarci per qualche fine settimana con gli amici o parenti. Partendo dal basso, cercherò di dare un contributo positivo alla ricostruzione, facendo presente lo stato attuale delle cose e mettendo soprattutto in risalto tutto quello di bello ancora è rimasto intatto o in parte agibile, combattendo strenuamente contro la strategia dell’abbandono, la quale purtroppo diventa una premessa sistemica a nuove aggressioni e speculazioni nei territori coinvolti da questa tragedia.

Questa strada la conosco a memoria, fin da quando ero piccolo, potrei farla ad occhi chiusi. Il primo paese che incontro è Sant’Angelo in Pontano, dove purtroppo noto molti danni ad edifici, molte chiese rivestite da impalcature e mentre passeggio le case vengono puntellate dai Vigili del Fuoco. Sono aperte la macelleria in Piazza Angeletti e il panificio Gallucci Luigino pronto a farti assaporare il pane, la pizza e i suoi dolci deliziosi. Passando per Saline di Penna San Giovanni e percorrendo la strada che va verso Gualdo noto gli effetti del terremoto in modo purtroppo eloquente e mi assale un senso di nostalgia e di impotenza. In questi giorni andando in giro in macchina, purtroppo devo costatare fin da subito che Gualdo ha subito forse i maggiori danni nei paesi nell’entroterra che ho visitato fino ad ora e il parroco, con le lacrime agli occhi, mi spiega che i lavori di messa in sicurezza del terremoto del 1997, erano stati completati sei mesi prima del 24 agosto 2016. Le attività purtroppo sono ferme, tranne il bar centrale e poche altre (il ristorante “Da Ciccò” è chiuso purtroppo per inagibilità dell’edificio). Mentre la speranza risiede nella nuova scuola in legno “Romolo Murri”, costruita in tempi record grazie alla generosità e la solidarietà di 3mila bresciani che si sono impegnati a trovare i fondi necessari per la costruzione. La situazione ai miei occhi sembra drammatica, soprattutto all’interno del borgo, visto inoltre lo spopolamento dei gualdesi (molti hanno trovato una sistemazione autonoma o si trovano negli alberghi della costa) e della piccola comunità di inglesi residenti da anni e innamorati a prima vista di queste colline e di questo splendido borgo ricco di storia. Trovo un edificio tra i campi coltivati con scritte fasciste datate di più di 70 anni, che il tempo e le intemperie non hanno cancellato. Inoltre qui è nato Romolo Murri, uno dei fondatori della Democrazia Cristiana. Gualdo di Macerata è un affascinante borgo medievale, con mura e resti delle numerosi torri che appartengono alle fortificazioni antiche, ed offre inoltre al visitatore una suggestiva vista sui monti Sibillini che la circondano e una bella escursione tra chiese di varie epoche ed un interessante convento francescano. Un piccolo paese di 906 abitanti, tra cui c’è Giuseppe, che incontro davanti al bar. Scambiando due chiacchiere entriamo subito in confidenza, viste anche le origini gualdesi di mio nonno. Appare ai miei occhi visibilmente spaventato ancora, ma alla fine mi confida che non ha nessuna intenzione di abbandonare il suo paese, riferendomi orgogliosamente di essere l’ex Presidente della Coldiretti ed essere stato per ben tre volte vicesindaco.

Percorrendo la strada che collega Penna San Giovanni a Gualdo, l’occhio purtroppo cade subito sulla chiesa semi distrutta di Contrada Villa Pilotti, con crolli evidenti della facciata, navata e campanile. Una ferita difficile da sanare, vista la bellezza del luogo in cui si trovava e il paesaggio circostante immutato da secoli. La stessa Penna San Giovanni, ha subito fortunatamente meno danni e alcune chiese sono agibili (Chiesa di San Giovanni Battista è aperta al pubblico), come la maggior parte delle attività, anche se sono presenti numerose persone che sono state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni, vista l’inagibilità degli edifici. Riprendo la macchina e mi dirigo verso Monte San Martino, famosa in tutto il mondo per il Polittico di Carlo e Vittore Crivelli databile al 1477-1480 conservato all’interno della chiesa di San Martino vescovo. E’ un gioiello il borgo medievale, che fortunatamente noto ha subito pochi danni, che i miei occhi non vedono.

Purtroppo ho notato molta paura nei cittadini di questi borghi e un senso d’abbandono, difficile da colmare nel breve periodo in comunità piccole e con un’età media elevata. Un primo importante risultato del presidio del 22 febbraio di Terre in Moto e per chi come noi da mesi sta cercando di far sbloccare, senza arrendersi, la situazione sul fronte degli interventi: “un via libera all’unanimità quello arrivato dal Consiglio regionale delle Marche ad una risoluzione della Commissione Ambiente con cui si chiede alla Giunta di attivarsi affinchè venga riconosciuta ai Comuni terremotati la “Possibilità di disciplinare l’installazione, in aree private, di manufatti temporanei e provvisori” da rimuovere una volta terminata l’emergenza. La proposta si propone di modificare la normativa statale a riguardo e i provvedimenti inerenti dal Dipartimento della Protezione Civile.”

Ricordo l’invito a partecipare all’incontro pubblico organizzato da Terre in Moto ad Amandola il 9 marzo all’Osteria del Lago alle ore 21.00, dove si discuterà e si farà il punto in ordine alla situazione e sulle problematiche legate al sisma, anche alla luce del presidio effettuato in regione il 22 febbraio, e sulle prossime attività della rete.

Daje!

L’imperativo è tornare sui Sibillini – Monte Cavallo

A distanza di sei mesi dal sisma, in compagnia di un mio amico, siamo tornati nei luoghi a noi cari e a cui teniamo molto, per comprare prodotti (salami e formaggi) provenienti dai luoghi colpiti dal sisma ed organizzare una cena che si è tenuta alla Soms di Corridonia, per la giornata “M’illumino di meno” 2017.

Nel tragitto abbiamo visitato le città maggiormente danneggiate, in cui ho potuto costatare che al momento in cui vi parlo, le cose non stanno andando come dovrebbero. Parlando con i produttori che abbiamo incontrato, con le lacrime agli occhi, la preoccupazione che emerge maggiormente è la situazione che potrebbe portare nel lungo periodo, all’abbandono di queste terre, duramente difese da persone che non demordono, per lo più anziani (ma anche giovani che si stanno rimboccando le maniche da soli, come ad Ussita e Visso), che non hanno voluto giustamente essere “deportati” sulla costa. La critica maggiore che ho percepito, è mossa nei confronti delle istituzioni, mentre i sindaci si vedono impossibilitati a poter prendere iniziative autonome nella logica del rigore della spesa e da scelte calate dall’alto senza interpellare minimamente chi questi luoghi li vive e ci lavora da intere generazioni. E sopratutto nei confronti della burocrazia, spesso farraginosa e lontana anni luce dalla realtà quotidiana, che sta bloccando in modo lampante le fasi della ricostruzione.

Arrivati a Muccia, già si percepiscono i danni del terremoto, ma svoltando la SS 209 Valnerina che porta a Visso, le cose si fanno veramente serie e molto preoccupanti, soprattutto in ottica futura.
Ma il mio intento è quello di far vedere le attività, se pur con estreme difficoltà, hanno riaperto o sono in procinto di farlo. Il problema maggiore è che non c’è praticamente nessuno, incontriamo poche macchine, per lo più tir, mezzi dei vigili del fuoco, esercito e carabinieri. Ma grazie ai social network, si potrebbe invogliare le persone a tornare e a gustare le nostre specialità enogastronomiche dei Sibillini, in vista dell’estate che è alle porte. Qui trovate l’elenco delle attività che ho incontrato in macchina e a cui ho promesso che torneremo con amici e conoscenti:

– Sulumificio Eredi di Bartolazzi Renzo, Fraz. Maddalena, Muccia (MC), Tel. 0737.646350, email: bartolazzi@tin.it
– Trattoria “Il nido dell’aquila” di Renzo Budassi, Monte Cavallo (MC), Tel. 0737.519624 (si può mangiare a pranzo nella tenda adibita nel piazzale dietro la chiesa)
– “Delizie dei Fratelli Angeli” (formaggio, zafferano, tartufi, legumi), Fraz. Capriglia (Pieve Torina), Tel, 338.8491064, email: info@aziendaangeli.it
– Pasticceria Vissana, Visso, Tel. 0737.95277
– “La Mezza Luna Club” di Ussita, Tel. 329.4137002

Nel piccolo borgo di Monte Cavallo, in località Piè di Sasso, su invito del gentile e simpatico gestore Renzo della trattoria del Nido dell’Aquila, ci siamo fermati a mangiare insieme agli anziani e al Sindaco. Le tende della Protezione Civile (una struttura è stata donata dai pescatori di Civitanova Marche “Verde azzurro”) sono allestite nella piazza costruita appositamente per il terremoto del 1997, con alcune case in legno che per lungimiranza, sono state lasciate li da all’ora e tutt’ora utilizzate dagli abitanti che per paura o inagibilità delle proprie case, sono costretti ad usare. Gli ultimi baluardi di una città purtroppo spopolata, che insieme al Sindaco, hanno fatto la scelta di restare e vigilare, non far perdere il senso di Comunità, che in alcuni centri più colpiti sta venendo meno. Da qui si può raggiungere in macchina e poi a piedi la bellissima chiesa di Fematre, rimasta miracolosamente in piedi, oppure la frazione di Selvapiana e poter ammirare un paesaggio bellissimo e incontaminato, che ricorda vagamente un misto tra le piane di Castelluccio e le montagne di Montelago.
Passeggiando per il bellissimo borgo, il silenzio e i rumori della natura creano un ritmo ipnotico, difficile da togliere dalla testa. Sicuramente con il tempo, la perseveranza e la tenacia che contraddistinguono queste persone, si tornerà a una normalità. Ci vorrà del tempo e il susseguirsi delle stagioni, ma questo può rappresentare un piccolo spiraglio di luce, in vista della stagione estiva, per poter far tornare le persone in questi bellissimi luoghi e a creare un senso di normalità, perso oramai da troppi mesi.

La rete Terre in Moto, il 22 febbraio scorso, ha organizzato una manifestazione tenutasi davanti al palazzo della Regione Marche, la prima di una lunga serie.
Qui di seguito trovate una parte del comunicato “Chi sta giocando sulla pelle dei terremotati? – Comunicato di TERREINMOTO“:

“Ci chiediamo: è possibile che di fronte a dichiarazioni così gravi di Errani, che toccano la vita di tutti noi, si debba aspettare lo “scoop” di Panorama? I sindaci, che sono nella catena di comando il soggetto più vicino alla cittadinanza, non avrebbero dovuto lanciare un grido di allarme? Non avrebbero dovuto dirci cosa era emerso dall’incontro con Errani? In queste ore si stanno susseguendo deboli smentite da parte di tutti gli interessati, ma il quadro è piuttosto chiaro: da un lato si cerca di limitare il più possibile l’autogestione dei territori e le pratiche “dal basso” e dell’altra a livello istituzionale regna il caos più totale. Tutta questa situazione è inaccettabile! Ed è inaccettabile soprattutto che si cerchi di derubricare le problematiche come questioni meramente tecniche quando la responsabilità è tutta politica.”

Alle vote basta veramente poco per riaccendere la speranza.

Umbria – Terre in Moto

Queste foto fanno parte di un viaggio in macchina di 350km, fatto questa estate di due giorni in compagnia di un mio amico.
L’Umbria è caratterizzata da una spiccata varietà paesaggistica, in virtù del continuo susseguirsi di dolci e verdi colline e fondovalle fluviali. Questo articolato sistema orografico, che si identifica con le zone della Valle Umbra e della Valtiberina, nel settore orientale e meridionale della regione si innalza progressivamente con le dorsali montuose della Valnerina fino a superare i 2.400 metri (gruppo del Monte Vettore) nel massiccio dei Sibillini, condiviso con le Marche. Il variegato territorio regionale è costellato da città ed insediamenti ricchi di storia e tradizioni. La regione, abitata già in epoca protostorica dagli Umbri e dagli Etruschi, fu poi al centro della Regio VI – Umbria et Ager Gallicus dell’Impero romano. Con gran parte del suo territorio attuale incluso per secoli nel Ducato di Spoleto durante il Regno Longobardo, è stata successivamente ricompresa anche nello Stato Pontificio.

Abbiamo visitato in ordine:

Sono rimasto colpito dalla bellezza di questa regione, che racchiude scorci e peculiarità che ci vengono invidiate in tutto il mondo. In particolare i colori, i crinali pieni di vigneti, la presenza di numerosi corsi d’acqua e laghi, paesaggi raffinati e incontaminati, la bellezze delle piazze di Spoleto e della magnifica Cattedrale di Orvieto, in cui si legano tradizione e cultura per lo più, immutati nel tempo. Tornerò sicuramente in futuro molto prossimo a visitare Amelia, Assisi, Spoleto, Gubbio e Perugia, perché meritano di essere visitate con calma.

L’entroterra umbro con Norcia, Terni, Cascia, Preci (e altri ancora), insieme a quello marchigiano, abruzzese e laziale stanno attraversando il peggiore momento della loro storia recente, che sicuramente con il tempo, e la perseveranza che contraddistingue queste popolazioni, sapranno superare. Bisogna che le istituzioni si assumano le responsabilità di una gestione fino ad ora sconfortante inadeguata e insufficiente, per dare dignità e sostegno alle persone che sono state colpite dal sisma.