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Circo El Grito – L’Uomo Calamita e Spazio Agreste

Grazie al Circo El Grito per aver vissuto insieme quelle che sono le nostre radici, oramai forse perdute per sempre, ovvero la vita nomade e comunitaria.

Il circo El Grito, è un circo contemporaneo all’antica/o ed esprime realmente “essere sempre in direzione ostinata e contraria”, contro quelle logiche e convezioni restrittive che la modernità cerca di imporci come normalità, implementando al contrario i valori che sono il motore della nostra civiltà ovvero la spinta creatività, la condivisione e la fantasia.

Penso che i bambini/e grandi o piccoli, che hanno avuto la possibilità di crescere con questi valori, da grandi avranno quel qualcosa in più che li renderà speciali e potranno condividere tali valori con le persone che conosceranno lungo il loro cammino.

La Repubblica Serenissima di Casali

Questa serie di scatti vuole dare un’idea di quella che è la quotidianità attuale nelle aree Sae (soluzioni abitative in emergenza) dove è nata la nuova città di Ussita, che insieme ai “migranti” delle varie frazioni limitrofe, tra cui gli abitanti di Casali, rappresentano gli ultimi abitanti rimasti a presidiare i luoghi dove sono nati. Casali è un piccolo borgo di montagna incastonato all’interno del parco Nazionale dei Monti Sibillini, che ha visto dall’inizio del secolo scorso lo spopolamento quasi totale degli abitanti e il processo di emigrazione in cerca di lavoro verso le città (Roma e costa adriatica), il tutto accelerato esponenzialmente in pochi secondi dagli effetti devastanti del terremoto nell’agosto e ottobre del 2016.

Le foto ritraggono tre abitanti di Casali per la precisione Giovanni, Renato e Sante e altri abitanti di Ussita, tutti nati e vissuti a Casali tra le valli dell’Alto Nera all’ombra del massiccio del Monte Bove. Mentre parlavamo davanti a un piatto di pasta e un bicchiere di vino sono venuti fuori numerosi ricordi grazie anche all’aiuto di scatti a pellicola: foto di inizio 900′ in cui è raffigurato il padre pastore di Sante tra le Piane di Castleluccio intento a svolgere la Transumanza; foto degli anni 60-70-80, tra cui una in particolare che ritrae Casali negli anni ’60 circondata da campi coltivati, attraverso un’attività agricola di autosufficienza esportando le eccedenze che venivano poi vendute nei mercati nei borghi vicini. Oppure il ricordo della maestra della scuola elementare di Casali (trasformata in Rifugio nel momento in cui il tasso di natalità è diminuito) che veniva dal Nord Italia, cercando di istruire i giovani scapestrati vogliosi di scorrazzare all’aria aperta. Il ricordo dell’arrivo degli americani e della Liberazione dal nazi-fascismo, del susseguirsi delle stagioni, del ritorno delle rondini, del primo ed unico telefono del paese, dell’arrivo dell’elettricità in casa, degli stupendi orti urbani, le scappatelle con le poche ragazze, del freddo d’inverno, di tutto quello che non andava e del ritmo lento con cui si facevano le cose.

Per questi e tanti altri motivi questo luogo rimane agli occhi di un estraneo estremamente affascinante, intriso di cultura e storia, fatta anche di lati negativi e non soltanto idilliaci, che purtroppo stanno scomparendo a vista d’occhio. Penso che è da qui che bisogna ripartire, oltre alla ricostruzione vera e propria, per ritrovare quello che di più essenziale sta perdendo la nostra generazione: il conseguimento della felicità.

Al di la del terremoto e degli effetti post-trauma, bisogna ripartire da quello che “era”, per vedere attraverso un orizzonte temporale medio-breve le opportunità che la Natura e le conoscenze dei “saperi antichi” possono offrire alla nostra generazione. A breve si vedrà la rinascita del Rifugio di Casali, un barlume di speranza dopo quattro anni di quasi buio totale. Sarà un approdo dove chiunque potrà fermarsi alle pendici del Monte Bove, all’ombra del grande castagno vicino alla chiesa dove poter mangiare e bere, passeggiare tra le verdi montagne e le acque cristalline della Val di Panico, con la possibilità di scorgere il volo rassicurante di un’Aquila reale, la regina dei nostri cieli. Tutto questo è possibilità fin da ora, con numerosi progetti in cantiere che contribuiranno alla rinascita negli anni di questo piccolo angolo di paradiso.

Le parole del pastorello Renato Marziali esprimono sicuramente meglio l’idea dell’amore per la “Serenissima Repubblica di Casali”.Alcune verità che credevo perse per sempre, invece le l’ho ritrovate fortunatamente tra gli abitanti e i pastori di questi luoghi, che mi hanno dato la possibilità negli anni attraverso la loro gentilezza, accoglienza e saggezza di aiutarmi a ritrovare me stesso. E direi che non è poco, visti i tempi in cui viviamo.

“Il sentiero della felicità” – Renato Marziali, Il pastorello.

Come la pecorella si è smarrita

così l’umanità perde il sentiero

per questo breve corso della vita

dove spesso si fugge col pensiero.

La tecnologia sembra infinita

dove la scienza non fa più mistero.

Così l’uomo coltiva il proprio sogno

e crede in Dio di non aver bisogno.

Perde il vero sentiero e non capisce

Il suo perchè, né della vita il senso,

né della vita a chi si riferisce,

ma solo nel piacer pone consenso

e nel bene immediato ora si agisce,

non pensando al futuro, al bene immenso,

che da Cristo Gesù ci fu promesso

e per grazia ed amor sarà concesso.

Se tornassimo un poco alla preghiera

come nostro Signor ci aveva insegnato,

come una volta alla vecchia maniera

l’uomo si è sempre a Dio raccomandato

e con speranza e con fede sincera

quel che ci occorre non ci ha mai negato.

Con amore, speranza e con la fede

preghiamo Dio che a tutto lui provvede.

E certamente ci verrà concesso

se ci affidiamo a lui nella speranza.

E nell’altà umiltà sarà il progresso

che più forza ne avremo e più sostanza.

Nella felicità faremo ingresso

e cercheremo Dio con la costanza,

poi che lo troveremo che ci aspetta

e la felicità sarà perfetta.

Finirai per trovare la Via, se prima hai il coraggio di perderti

Tiziano Terzani – “Un altro giro di giostra

“Se in quei anni di solitudine avevo imparato qualcosa, a non giudicare troppo, a non reagire secondo meccanismi soliti della ragione, a essere libero dal “conosciuto”, a sentire l’umanità come un tutto unico, a non accettare le divisioni di religione, di razza, di nazione che ci stanno portando alla rovina, questo era il momento di rendere un pò di quel che avevo preso. Sopratutto mi aveva fatto capire che non dovevo dipendere da nessuna idea altrui, da nessun guru e che di ogni cosa dovevo fare io direttamente, sulla mia pelle, l’esperienza.
Ma non occorre andare fisicamente in India, non occorre viaggiare lontano, fuori da sé, per capire. Chi muore davvero di questa sete di sapere non ha che da riscoprire la fonte, la propria fonte. L’acqua è sempre la stessa.
Vivo ora, qui, con la sensazione che l’Universo è straordinario, che niente , mai succede per caso e che la vita è una continua scoperta.”

Una cena e una notte in baita è stata un’esperienza unica che conserverò gelosamente dentro di me. Un grazie sincero alla mia ragazza Marta e al mio pastore, per avermi concesso di poter entrare anni fa, nel suo magico Regno.

Foce di Montemonaco, terra di viandanza e di alchimisti

Antoine de La Sale — Il Paradiso della Regina Sibilla, 1420.

La primavera nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini e negli Appennini rappresenta la quintessenza dell’equilibrio secolare tra uomo e natura e ogni metro della sua terra è permeato della storia umana, così come lo sono anche i territori interni delle aree protette. Lo sappiamo, la montagna e i territori marginali, come nel caso della Fraz. Foce di Montemonaco, non hanno un peso politico, ma se nel nostro Paese il voto si basasse sulla rappresentanza territoriale e la disponibilità di risorse naturali, i popoli della montagna sarebbero invincibili in qualsiasi competizione elettorale.

Per aiutare questo processo di recupero dei territori interni e la nascita di nuove forme dell’abitare la montagna, anche l’atto di camminare può svolgere un ruolo importante, attraverso l’escursionismo giornaliero e il trekking di più giorni. Le nostre montagne custodiscono paesaggi meravigliosi, ricchi di natura, cultura storica pagana, precristiana e crisitiana. Il girovagare e perdersi in questi luoghi minimi e del silenzio hanno fatto nascere in me una sensibilità e un amore profondo per l’Appennino e per le persone che ci vivono ogni giorno.

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Il carnevale degli Zann di Umito e Pozza – Acquasanta Terme (AP)

“Ida Nespeca, a Marco con affetto” – Pozza, fraz. Acquasanta Terme (AP), 10.02.2018.

Con queste poche parole, di un valore immenso, scritte da Ida Nespeca, signora di 93 anni residente nel piccolo paesino montano di Pozza, nel comune di Acquasanta Terme in provincia di Ascoli Piceno, dedico questo mio reportage.

Questi scatti rappresentano la testimonianza di una tradizione secolare, tramanda fino ai giorni nostri per via orale, in due piccolissime frazioni dell’appenino marchigiano, che per loro fortuna non sono state intaccate da qualsiasi effetto perverso della modernità, in cui ancora sopravvive il valore dato al ritmo delle stagioni e allo scorrere lento del tempo, dalle quali dipende unicamente la semina e il raccolto futuro. In questi luoghi ho trovato umanità e solidarietà, valori difficili da scovare nelle città affollate della pianura, oramai dedite soltanto a un interesse meramente individualistico, economico e totalmente disgregate.

Tra le due frazioni vi è un Cimitero Internazionale Partigiano, in cui defunti partigiani italiani, slavi, greci e polacchi hanno dato la loro vita per combattere e vincere il nazi-fascismo a costo della loro stessa vita, l’11 marzo del 1944. Cantare e ballare con gli Zann “Bella Ciao” nel cimitero, mi ha emozionato e devo ammettere che mi sono commosso.

A causa dell’isolamento nel quale sono vissuti gli abitanti di Pozza e Umito, unita all’asperità del territorio e al fatto che fino ai primi del XX secolo, tale territorio era privo di strada rotabile, esso non aveva possibilità di significativi scambi commerciali e culturali, così il loro esterno si configurava con gli abitanti dei centri limitrofi di Montacuto e Acquasanta Terme. Per questo motivo, molti luoghi montani dell’entroterra marchigiano e non solo, per secoli non sono cambiati, facendo giungere usi, costumi, riti e tradizioni di un passato oramai remoto.

Il corteo carnevalesco è formato dalle seguenti maschere:

  • il diavolo
  • il custode del diavolo e i militari
  • la coppia di sposi
  • il gruppo di Zann
  • in passato in certi anni vi era anche la maschera della morte

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Un anno è passato da quel 24 agosto 2016

Questa è la situazione in cui versano le frazioni (Fiordimonte, Casali, Gualdo) e le città (Visso, Castel Santangelo sul Nera) del cratere, nella provincia di Macerata e all’interno dei Monti Sibillini, a distanza di un anno dagli eventi sismici del 24 agosto 2016, che hanno colpito il Centro Italia.

1.087.252,75: è la cifra che indica la quantità di oltre un milione di tonnellate di macerie, secondo l’ultima stima della Regione Marche, che il terremoto ha lasciato sul terreno di 53 Comuni, nelle province di Ascoli Piceno, Macerata e Fermo.

E’ questo un dato numerico che dà la stima dell’intensità di un sisma che ha cambiato il corso di fiumi e fatto zampillare nuove sorgenti, spaccato montagne, prodotto abbassamenti di terreno di circa un metro, fatto eruttare vulcanelli di fango, aperto voragini e sinkhole, impedito la percorribilità di grandi vie di comunicazione come la Salaria, distrutto interi paesi ridotti a cumuli di pietraglie… La terra ha tremato sotto i nostri piedi e ha cambiato per sempre la sua conformazione.

71.000: è la cifra approssimativa delle tonnellate di macerie che sono state rimosse fino ad ora. E’ la cifra che dà la misura di quanto sia stato fatto dopo quasi un anno dai primi crolli e di quanto ancora ci sia da fare.

1.885 sono le prime casette ordinate dai Comuni marchigiani, 26 quelle consegnate: altre cifre che parlano da sole.

Qui tutto è fermo, tutto bloccato, ancora inagibile: interi paesi sono inaccessibili agli abitanti, molte strade restano chiuse, le stalle sono per la maggior parte inutilizzabili, gli sfollati sono ancora sfollati e sparpagliati tra campeggi sulla costa, alberghi, agriturismi o appoggi da parenti. Le famiglie non sanno ancora in quale scuola iscrivere i propri figli data l’incertezza sul possibile domicilio che gli verrà, forse, destinato a settembre. I negozi sono ancora chiusi, solo alcuni sopravvivono, ristretti in pochi containers; molti sono stati costretti a riaprire sulla costa e difficilmente potranno tornare indietro.

Bisogna invertire il verso, l’alto verso il basso, l’uno verso i molti. Delegare i poteri delle decisioni alle comunità locali , rompere i patti di stabilità, dare la possibilità ai Comuni di utilizzare le proprie risorse e di gestire i fondi raccolti con le donazioni , attivare il protagonismo e la progettualità delle risorse del territorio: il controllo sociale dal basso, che le popolazioni stesse potrebbero esercitare sugli enti di prossimità, è l’unica reale garanzia  perchè tutto possa ripartire in modo effettivamente sicuro.

La memoria e il ricordo sono fondamentali, per non far calare definitivamente il sipario di fronte a questa immensa catastrofe, per poter dar voce a chi voce non deve avere. Bisogna dare dignità e una casa sicura a chi l’ha persa, per far si che torni la speranza e il futuro in queste zone, purtroppo duramente colpite e martoriate.  Altrimenti l’abbandono e lo spopolamento, il degrado e la speculazioni in queste aree sarà cosa certa e avverrà in così poco tempo, senza neanche darci il tempo di rendercene conto.

Se le istituzioni non faranno qualcosa di concreto al più presto, attraverso una progettualità a lungo tempo che veda coinvolte direttamente le popolazioni, il danno sarà irreparabile per sempre.

(Testo di Enza Amici dell’articolo del sito Global Project)

Il Molise, l’Abruzzo e l’Albergo diffuso Sextantio

Queste foto fanno parte di un piccolo reportage di due giorni nel cuore dell’Italia nelle regioni del Molise e dell’Abruzzo, in particolare le città di Isernia, Santo Stefano di Sessiano, zona Campo Imperatore e il Rifugio di Racollo. Scorci di un’Italia passata e di un futuro molto incerto, che con fatica e tenacia tentano di resistere alle conseguenze dello spopolamento, la crisi economica e il terremoto del 2009 e del 2016.

Sono numerose le difficoltà, che un paese di montagna arroccato a 1.250 m, come Santo Stefano di Sessiano sta incontrando a distanza di 10 anni dagli eventi sismici del 2009, non mi rende assolutamente tranquillo e riflette un un’immagine di quello che potrebbe essere nel lungo periodo le zone dei Monti Sibillini, senza una forte presa di posizione da parte delle istituzioni che dovrebbero contribuire a gestire la vera ricostruzione.

Santo Stefano di Sassanio è un borgo medioevale fortificato tra le montagne dell’Abruzzo all’interno del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Lega. L’attuale configurazione urbana del borgo si costituisce in pieno Medievo, quando si sviluppa il fenomeno dell’incastellamento: un paesaggio caratterizzato da abitanti d’altura, circondati da un perimetro murario fortificato che resta ancor oggi uno degli elementi storico-topografici maggiormente caratterizzanti del paesaggio italiano. Le invasive urbanizzazioni del secolo appena trascorso e ristrutturazioni poco attente ai patrimoni originari hanno compromesso quasi ovunque l’integrità tra territorio e costruito storico. Paradossalmente, tale integrità si è conservata residualmente in alcuni borghi della montagna appenninica proprio a causa del loro spopolamento, nel più generale contesto di depauperamento del meridione e del centro Italia, con conseguente abbandono della montagna ed immigrazione delle sue genti verso la pianura e la costa.

Un esempio da esportare e da prendere come modello, sarebbe l’Albergo diffuso Sextantio a Santo Stefano di Sessanio, progetto di recupero e ridestinazione ricettiva che ha introdotto inedite procedure per conservare l’integrità di questo borgo storico e del paesaggio circostante mediante specifici accordi con gli enti territoriali locali. L’obbiettivo finale è che, almeno in questo caso, la ridestinazione turistica non comporti inevitabilmente perdita di quelle che sono le identità territoriali del luogo. Il progetto nella sua parte privata prevede la conservazione delle destinazioni d’uso dell’originaria organizzazione domestica, l’occultamento degli impianti e della tecnologia, l’uso esclusivo di materiale architettonico di recupero, l’uso esclusivo dell’arredamento povero della montagna abruzzese. Questo approccio di tutela si spinge fino alla conservazione di quelle tracce del vissuto, e del vissuto povero passato, sedimentare negli intonaci e nelle stratificazioni del costruito, per preservare, nei egni di sofferenza del tempo, l’anima più profonda e autentica di questi luoghi.

Il progetto prevede la riproposizione di alcuni aspetti della culture del territorio, a livello gastronomico, con l’acquisizione dei territori limitrofi per una produzione diretta delle forniture alimentari, il restauro di una storica cantina. Successivamente si procederà al rilevamento delle varietà colturali, delle produzioni alimentari dei piatti locali per una fedele riproposizione, in popolazioni sempre al limite della sussistenza. Per quanto riguarda l’artigianato domestico, sono rimasto colpito dall‘Azienda Agrozootecnica Daniani Ovidio e dalla piccola bottega AquiLana di Valeria, che da anni produce splendidi maglioni e altri manufatti di lana realizzati a mano, con materiale riutilizzato dalla tosatura delle pecore della sua azienda e del marito, che purtroppo oramai non ha più valore economico, come un tempo.

Solo laddove la povertà ha determinato l’abbandono integrale degli abitanti si sono eccezionalmente conservate quelle caratteristiche di integrità storica architettonica e paesaggistica di questi territori, la cui tutela potrebbe essere la premessa di nuove qualificanti ridestinazioni e nuove opportunità lavorative, che penso siano le basi per un ripopolamento minimo di una comunità e la speranza di un futuro per queste zone.

Un piccolo esempio da cui poter ripartire, sopratutto nelle nostre zone dell’entroterra maceratese e delle altre regioni montane devastate dagli eventi sismici dello scorso anno, che a quasi un anno di distanza non vedono ancora la luce, senza una minima programmazione economica e sociale, di zone simbolo e culla della nostra ancora incontaminata Italia.

Terre in Moto Festival 20-23 luglio

Le foto ritraggono una passeggiata fatta con degli amici, partendo dalla frazione Cupi di Fiastra per arrivare dopo 3 ore di cammino per lo più in salita e con un notevole dislivello, al Rifugio del Fargno. Ma il pranzo, la stanchezza e la sedentarietà hanno prevalso e siamo andati a rifocillarci al Lago.

Riprendo un articolo comparso su Giap del collettivo Wu Ming, riguardante il supporto per il Festival Terre in Moto che si svolgerà a Fiastra dal 20 al 23 luglio 2017. Ricordo che il Festival è interamente autofinanziato attraverso una raccolta crowfounding, vi invito a partecipare anche con una donazione di pochi euro, che per noi vuol dire molto:

«”Ma perché volete rimanere ad abitare da quelle parti lì, in questi villaggetti? Vi facciamo andare ad abitare da un’altra parte e lì non ci dobbiamo preoccupare di garantire i servizi per due montanari con tre vacche”. A quel punto quel territorio diventa preda di qualsiasi speculazione e aggressione. Per questo le grandi opere che hanno aggredito le montagne in questi decenni di pseudo sviluppo, lo hanno fatto dove in precedenza si era avuto un allentamento del presidio degli abitanti, perché zone di emigrazione e spopolate. In una zona già indebolita dallo spopolamento e dall’invecchiamento è più difficile che si sviluppino resistenze a un’aggressione. La strategia dell’abbandono diventa una premessa sistemica a nuove aggressioni del territorio.»

Affrontata in questa chiave, la lotta alla strategia dell’abbandono ha portato al rinnovarsi e stringersi di rapporti (già esistenti) tra il cratere e la Val di Susa. I sindaci delle amministrazioni No Tav valsusine si sono recati in visita al cratere, e il 6 maggio scorso una delegazione di attivist* del cratere ha partecipato alla marcia No Tav da Bussoleno a San Didero.

Nel maceratese è attivo un nucleo di Alpinismo Molotov, e non a caso AM ha appena annunciato che la sua seconda festa nazionale si terrà proprio nel cratere, nella zona dei Monti Sibillini, nel giugno 2018.

Il network Terre in Moto è una delle realtà più attive e interessanti del cratere. È nato nella tarda estate del 2016 per:

«svolgere funzione di presidio, monitoraggio, rappresentanza e connessione di tutto il territorio coinvolto dal sisma; raccogliere, studiare, verificare l’evoluzione dei disposti legislativi in tema di ricostruzione;  […] costruire una rete di solidarietà che coinvolga realtà sociali ed associative su tutto il territorio nazionale; garantire un’azione mediatica che possa mantenere viva l’attenzione al di là delle emergenze attuali; agire collettivamente a supporto della ricomposizione di una comunità e di un immaginario collettivo lacerati dal sisma all’insegna dei valori dell’ascolto, della tolleranza, della solidarietà reciproca e della giustizia sociale.»

Il Terre in Moto Festival è un’iniziativa necessaria, perché – come si legge nella presentazione – quasi un anno dopo la prima scossa,

«la situazione non accenna a migliorare, decine di migliaia di persone hanno dovuto lasciare le proprie abitazioni e intere comunità si sono disgregate. Come altri settori produttivi, anche quello turistico rischia di subire un colpo definitivo anche a causa della pessima gestione comunicativa di quanto è accaduto e anche le strutture che fortunatamente non hanno subito danni rischiano di desistere definitivamente.»

Wu Ming 2 sarà al festival venerdì 21 luglio. Alle h.19:30, insieme ai Frida X, eseguirà il reading/concerto L’alfabeto delle orme.

Qui il programma completo di Terre in Moto Festival.

Qui un elenco di strutture ricettive nei dintorni: campeggi, alberghi, agriturismi, locande, rifugi.

Ma il link più importante, oggi e per altre due settimane, è questo.
Partecipiamo al crowdfunding.
Il festival è interamente autofinanziato e Terre in Moto ha bisogno di noi.

È un dovere reagire contro la strategia dell’abbandono

Le foto documentano la situazione attuale di alcuni borghi, frazioni e città colpite dal sisma nella provincia di Macerata e nell’entroterra marchigiano, a distanza di 8 mesi dall’inizio delle sequenze sismiche iniziate nell’agosto 2016, mettendo in evidenza e denunciando le molte cose che non stanno andando, ma soprattutto la bellezza di questi luoghi. Anche se duramente provati, molti monumenti, chiese e case hanno retto e questo deve essere il punto di partnenza. Come si può notare dagli scatti, alcune città fortunatamente come nel caso di Serrapetrona e Sarnano, non hanno subito lesioni ingenti e rilevanti, come invece nel caso di San Ginesio, Visso, Gualdo, Ussita, Castel Stant’Angelo sul Nera, San Severino Marche, Tolentino, Caldarola e molte altre ancora. Questi scatti e piccoli spostamenti, mi hanno anche dato la possibilità di conoscere meglio la mia storia e la mia terra, data alle volte per scontata, ma colpevolmente sconosciuta per troppo tempo. Di seguito sono riportati alcune testimonianze dirette, riportate da Loredana Lipperini sul suo blog.

“Se qualcuno vuole davvero aiutare le popolazioni dell’Appennino colpite dal sisma è ora di dimostrarlo.”

Ammettetelo, ci volete prendere per stanchezza… Non tornavo a Visso da mesi, tanti mesi. Da quando il terremoto ha devastato il paese, rendendolo una sorta di città fantasma, come tutto l’entroterra maceratese. E mai avrei pensato che tutto fosse rimasto come allora. In cinque mesi non è cambiato assolutamente nulla, a parte il ponte realizzato dai vigili del fuoco per l’accesso alla zona rossa e inaugurato stamattina.

A questo punto, non ci si può più nascondere. È ora di giocare a carte scoperte. Dietro questa lentezza disarmante, capace di portare la gente allo sfinimento fisico e morale, c’è una volontà politica di portare via la gente da un entroterra che non rappresenta un bacino elettorale particolarmente allettante? Si è deciso che la gente dovrà spostarsi tutta verso la costa? In tanti questa decisione, sotto certi aspetti inevitabile, l’hanno già presa. Soprattutto le famiglie più giovani. E ogni giorno che passa, quest’idea sale nella testa di un numero sempre maggiore di persone. Se, perchè a questo punto il dubitativo è d’obbligo, dovesse iniziare la famigerata ricostruzione, quanti anni durerà? Cinque? Sei? Dieci? Venti? E a quel punto saranno ricostruiti dei bei paeselli nuovi di zecca, fatti di tutte seconde e terze case di chi in quei posti andrà a passarci qualche giorno di ferie. Mentre la popolazione indigena non esisterà più. Vogliamo questo? I marchigiani, testardi e incazzosi, vogliono lasciarsi fare questo o hanno intenzione di reagire in qualche modo? Purtroppo vediamo rassegnazione, scoramento, anche qualche figlio di buona donna che cerca di approfittare della situazione. Sì, per carità, ci staranno anche questi. Ma la stragrande maggioranza vorrebbe solo tornare a casa. Una semplice, banale, ovvia richiesta che, di fronte a una gestione dell’emergenza come quella che stiamo vivendo, si sta trasformando in una montagna insormontabile. È necessario reagire. Adesso o mai più.

Amandola – Terre in Moto 9 marzo 2017

Approfittando dell’incontro organizzato dalla rete Terre in Moto – Marche tenutosi ad Amandola il 9 marzo all’Osteria del Lago di San Ruffino, insieme ad alcuni amici, abbiamo fatto un giro della zona guidati da Davide, che vive e lavora qui. Tutto questo va a documentare e far vedere il reale stato delle cose, sopratutto nelle piccole frazioni, borghi e aziende agricole, che non hanno purtroppo nessuna risonanza mediatica, dove le persone, per lo più anziane, ma anche giovani, vivono tutti i giorni. Ci addentriamo in un territorio in cui convivono realtà in apparenza lontane fra loro, ma unite da un forte legame di comunità tipico delle zone rurali e dell’entroterra.

La giornata è bellissima, con un sole che illumina il Lago di San Ruffino e le vette imbiancate dei Monti Sibillini, un cielo terso e sgombro da nuvole. Sembra un dipinto o un’allucinazione, ma una bellezza così raffinante e perfetta era da tempo che non la notavo. Subito dopo esserci conosciuti, Davide ci guida verso la frazione di San Cristoforo, dove si notano i danni ingenti alle abitazioni. Ci guida una signora tra le case diroccate e inagibili, dove qui vive e accudisce la sua mamma di 96 anni, dentro alla ex scuola di campagna, ormai divenuta un centro di “ricovero” temporaneo. Spostandoci tra le macerie, la vista è stupenda e si scorgono le vette dei Monti della Lega in Abruzzo. Scambiando qualche parola si ha l’impressione di una tacita rassegnazione, che creare un senso di impotenza e sconforto per chi come me, ascolta. Ma riusciamo comunque e nonostante tutto a strappare un sorriso, prima di salutarci, promettendo che torneremo presto.

Ci dirigiamo verso l’Azienda Agricola “Le Spiazzette” (potete trovare e comprare nel sito tutti i loro prodotti, in particolare confertture, mele sciroppate e composti) situata ai confini del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, composta di 70 ettari di cui quasi metà tra boschi e calanchi. Il nome “Le Spiazzette”, deriva dalla leggenda che narra la discesa delle fate Sibille. La mela rosa rappresenta un prodotto sano, naturale, controllato, vero e genuino, realizzato in un ambiente incontaminato, a stretto contatto con la natura che lo protegge e lo rende ancora più buono: questi sono i prodotti le Spiazzette. E aggiungo, dopo avere assaggiato queste mele rosa, risultano veramente squisite. Subito ci si fa incontro Sabina e la figlia Martina, che ci spiegano come è la situazione a distanza di 7 mesi, ci illustrano la loro azienda e il futuro per il momento molto incerto, viste le problematiche e le inefficiente burocratiche da parte delle istituzioni preposte a tale compito. Mi colpisce fin da subito la forza e la tenacia di questa famiglia solida e al tempo stesso accogliente, come molte realtà che sto incontrando in questi mesi. Sto per partire, ma non mi sento addosso la tristezza che mi aspettavo, considerata la situazione. Sento piuttosto l’influenza positiva del vigore di questa bella realtà familiare, dell’entusiasmo della giovane Martina, pur avendo perso quasi tutto, sono ancora capaci di sognare e reagire.

Lasciandoci alle spalle i bellissimi frutteti della mela rosa, andiamo verso la Fattoria biologica della famiglia Corradini di Amandola:

“Siamo un’azienda agricola biologica a conduzione familiare, nel 1989 ci siamo trasferiti nella campagna di Amandola, luogo di nascita di Vittorio, dalla provincia di Milano. Il sogno, era quello di una vita più sana, che potesse anche salvaguardare l’ambiente intorno a noi. Da qui, e dalla passione per l’agricoltura, la scelta di creare una fattoria biologica. Nella fattoria ci sono mucche, vitelli e maiali; tutto quello che coltiviamo nei campi è biologico (certificazione IMC) e lo usiamo per l’alimentazione degli animali.”

Già questo dovrebbe farvi capire tutto o in parte, perché appena ci conosciamo entriamo subito in confidenza con Vittorio, il padre di una bella famiglia che ha scelto di vivere e lavorare nelle Marche, trasferendosi da Milano ad Amandola nel 1989. Subito mi illustra i danni alla propria abitazione, al proprio laboratorio e punto vendita, inagibile per colpa degli eventi sismici iniziati il 24 agosto. La cosa che mi ha colpito, parlando con la filai Alice, anche in questo caso, è la voglia e diritto di avere informazioni chiare e tempestive, poter capire veramente qualcosa all’interno della districata, farraginosa, lenta e a tratti imbarazzante macchina burocratica. Perché questo ne vale il loro futuro. Per capire meglio cosa è successo da quel fatidico giorno di agosto e la gestione dell’emergenza successiva, vi lascio il link dove potete leggere la lettera, scritta dalla stessa Alice, indirizzata al Presidente della Regione Marche Cerescioli, rimasta a tutt’oggi senza una risposta.

A pranzo ci fermiamo a mangiare presso la Comunità San Cristoforo ad Amandola, dove ci viene offerto un piatto di pasta, carne e insalata. La persona che mi rimane impressa è il fondatore di questa bellissima e accogliente struttura, Achille Ascari originario della Val di Non, anche lui innamorato da 40 anni, dalle bellezze delle Marche. Mi colpiscono la sua dialettica e il suo modo di parlare mai banale, migliore di gran lunga rispetto ad alcuni professori universitari incontrati in questi anni. Ci illustra tutte le attività che si svolgono all’interno della comunità, la struttura (non ha subito nessun danno, per via dell’attenta messa in sicurezza all’epoca della costruzione, usando criteri antisismici moderni e professionali), ci presenta i ragazzi accolti e ci da alcune notizie storiche e nozioni biologiche delle piante, animali e i borghi circostanti. Sembra un’isola felice, immersa in un contesto unico e ancora del tutto incontaminato, privo di qualsiasi distrazione. Grazie ad Achille Ascari e agli operatori che vi lavorano ogni giorno, questa Comunità può concretamente aiutare persone in difficoltà, che si trovino in uno stato di disagio dovuto all’abuso di alcool o di tossicodipendenza, riacquistando attraverso gli animali, la Natura e i suoi prodotti, il contatto con se stessi e con la vita.

L’ultima tappa è al Centro Ippico San Lorenzo, vicino ad Amandola. Ci viene incontro Alberto Teso e ci fa vedere i danni causati dal terremoto e dalla nevicata di gennaio, mostrandoci i magnifici cavalli ben tenuti ed accuditi, all’interno della scuderia, mentre da ad ognuno la razione di fieno per la notte. Dopo aver preso una birra al pub “La Fojetta” di Amandola e cenato insieme a Davide e gli amici all’Osteria del Lago, ci prepariamo ad ascoltare l’incontro pubblico organizzato da Terre in moto, che a breve avrà inizio.

Per capire che cosa è la rete Terre in Moto, riporto un’ottima ed emozionante riflessione, scritta da Leonardo Animali, dal titolo “Yes we can”.

“Sarebbe stato magnifico arrivarci che fosse ancora giorno in questa osteria sul lago, da cui si scorgono i Sibillini, anche se la fase di luna piena ci lascia intravedere le cime imbiancate delle creste che spezzano il buio. Ma tant’è, come da tradizione, certe riunioni si fanno di notte… Arrivano alla spicciolata, un sacco di gente, più del previsto, dicono i promotori. Nell’afflusso arriva un gruppetto, una decina circa, di persone palesemente straniere; strano, turisti da queste parti, d’inverno e col terremoto. “Sono venuti pure gli inglesi!” dice un organizzatore dell’incontro; quindi non sono turisti, concludo, ma partecipanti all’incontro. Gli “inglesi” sono i proprietari di case-vacanza acquistate in questo territorio, e che se le sono ritrovate lesionate o crollate con il terremoto; sono venuti per capire, per informarsi, per chiedere. Sono un po’ buffi, sembrano i protagonisti compassati di quei format televisivi tipo “vado a vivere in campagna” o simili. Si siedono in cerchio insieme a tutti gli altri, dopo aver preso al bancone della locanda, la tradizionale birretta, come se fossero al pub, solo che qui hanno esclusivamente Menabrea o Moretti. E’ osservandoli, così composti, integrati ed estranei al tempo stesso, che per una semplice ed illogica rimuginazione anglofona, mi viene in mente lo “yes we can” di anni fa… La riunione è quella di Terreinmoto Marche, “una rete di realtà sociali, associazioni e semplici cittadini che vogliono intervenire sul terremoto a livello informativo, comunicativo e sociale”, come si definiscono sulla pagina facebook. E alla riunione ci sono tante realtà democratiche di base, persone che col terremoto hanno perso tutto, allevatori, chi resiste in roulotte e chi è sfollato sulla costa. Con un comune obiettivo: non disperdere quel senso di comunità che ha sempre contraddistinto questo territorio, e rendersi parte attiva, direttamente coinvolta, e contraddittoria se occorre, nel processo di ripartenza e ricostruzione dopo la catastrofe del terremoto; portare a chilometro zero quella che è oggi la distanza siderale tra livelli decisori e popolazioni, nei processi e nelle scelte da compiere. Uno scopo gigantesco, considerata la situazione del territorio, già attraversato con forza dalla #strategiadellabbandono, ed i tempi e modi della politica, in giorni in cui si ripropone nuovamente una spompata visione leaderistica, che alla fine però sa tanto di concordato preventivo. Lo spirito che attraversa il salone della locanda è diverso dalla semplice solidarietà e beneficienza. Lo straordinario e generoso moto, che il dramma del terremoto ha attivato in opere ed azioni filantropiche, e di cui c’è ancora enormemente bisogno, si esaurisce al, seppur prezioso, gesto di filantropia diretta: la donazione, la raccolta fondi, l’aiuto al singolo o alla comunità. Qui c’è qualcosa d’altro, che va oltre: c’è il sentimento della solidarietà che diventa fatto politico, che attiva pratiche di partecipazione e democrazia, e che muove dalla storia, dalle problematiche non solo urgenti e recenti, di un territorio, e dei diritti chi ci vive, per nascita o per scelta; questa realtà si chiama montagna, con la sua peculiarità e specificità. Ad un certo punto entra in sala, ad incontro iniziato, Paolo. Ci riconosciamo subito, sorpresi ma fino ad un certo punto; un abbraccio forte, senza parole. L’ultima volta che siamo stati assieme è quando abbiamo dormito per più notti sui banchi del laboratorio di Scienze della Terra all’Università di Perugia, durante la Pantera, più di venticinque anni fa. Lui vive da queste parti in montagna; ci bisbigliamo un po’ di cose, quello che facciamo, dove e come viviamo, senza avere la pretesa di raccontarci nel dettaglio quello che è successo a ciascuno per un quarto di secolo, dopo che si scappava insieme da qualche manganello della Celere che sgomberava il Rettorato. Per questo ci prenderemo adesso il giusto tempo. Mi ha colpito una cosa che mi ha detto, ad un certo punto, ascoltandomi; “allora sei come noi”. Ecco, questa frase è un segno distintivo, che appartiene ad una comunità sparsa ma al tempo stesso attraversata da una forte fraternità, quella della montagna.

Chi vive in città, in pianura o sulla costa, pur sentendosi sinceramente solidale ed anche generoso con i territori segnati dal terremoto, una roba così non riesce a percepirla, perché te il terremoto non ce l’hai avuto dentro, perché qui non ci vivi e la notte non ci devi tornare a dormire. E di conseguenza per te la solidarietà esaurisce il tuo bisogno di renderti utile; ma per il popolo dell’Appennino è fisiologico che quello che vive a seguito di una condizione di straordinaria destabilizzazione, diventi ad un certo punto pratica civile e politica; perché c’è in gioco il tuo presente e il tuo domani, e sai bene che non ti puoi fidare di delegarne gli esiti e le strategie a qualcun altro che sostiene di rappresentarti.

Per questo Terreinmoto Marche è un’originale e nuova pratica di democrazia, che mette insieme senza gerarchie e appartenenze, la vita delle persone e di un territorio, per quello che sono, ancor prima di quello che potrebbero rappresentare. Da questa locanda di montagna in riva ad un lago, comprendi che qui il “si, possiamo farcela” è autentico, vero, senza filtri e opacità. Perché è un obiettivo condiviso di tanti e diversi, non il desiderata di uno per tutti.”

Daje!